DELIRIUM

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Partiamo dal fatto che il centro sociale in questione non ha nome se non quel grandissimo “DIO CAGNACCIO” pitturato sulla porta d’ingresso.
Giusto per tenere lontano qualche catto-comunista d’altri tempi.
Ora, se si considera che il suddetto centro sociale dista pochi metri dalla sede di Radio Maria Emilia, be’, non posso fare altro che entrare e sbronzarmi senza alcun ritegno.
Se non altro, posso dimenticare l’infezione anale che mi perseguita da quest’inverno.
Brutta storia, quella dell’infezione.
Causata da una scommessa persa e pagata fisicamente con un imbuto di chiodi di garofano e peperoncini calabresi, macinati e versati con acqua tiepida direttamente nella mia porta sul retro.
Un gioco simpatico, una burla tra amici, un modo per passare il tempo a Capodanno dopo l’ennesimo punch cubano tirato giù in un fiato.
Ma torniamo a noi.
L’aspetto del Dio Cagnaccio è lo stesso di ogni centro sociale di periferia: buio, sporco e con un simpatico odore di piscio di cane.
Una volta dentro, mi scontro immediatamente con un energumeno vestito da suora, accompagnato elegantemente da una ragazza vagamente somigliante a Papa Ratzinger.
Certo che sanno come divertirsi, penso, dirigendomi verso quello che sembra il bancone del bar.
Ordino quattro birre in meno di quattro minuti, prima di passare a qualcosa di decisamente più forte.
«Amico, mi faresti un punch cubano?» dico al ragazzo di fronte, tendenzialmente un tipo a posto se non fosse per la t-shirt con su scritto “Nonostante tutto, siamo tutti dei rottinculo”.
«Un punch che?» risponde.
«Un punch cubano!» «Certamente!» risponde il tipo «il nostro punch cubano è il migliore del quartiere, ha il sapore di birra Moretti ed è fabbricato e chiuso in una bottiglia con l’etichetta della birra Moretti» «Ah, e come lo chiamate?» «Birra Moretti» «Fantastico» Con il “morettone” tra le mani inizio a districarmi tra gli angoli del locale, aspettando il momento in cui cominci finalmente il concerto della mia band preferita, i Cavalli Turlupinati, celebri per essere arrivati quarti a un talent show organizzato a Tskhinvali, capitale dell’Ossezia del Sud.
Niente di eccezionale, una band che conoscono in pochi, roba d’élite, per veri intenditori.
Un suono che mescola punk di strada e mazurca tirolese, con un riverbero appena accennato di flauti di pan, per dare quel tocco fricchettone che non guasta.
Un cane grosso quanto un vitello mi passa a fianco e vomita qualcosa di fluorescente a terra.
Molto bene, penso, grattandomi il sedere e riaccendendo piccanti ricordi alle spezie mediterranee.
Mi siedo su un divano appiccicoso che stimola eccessivamente la mia curiosità.
Brutto vizio, la curiosità.
Finisce che ci s’infila qualcosa nel culo, per scherzo, e ci si ritrova con due emorroidi grosse quanto meloni.
«La verità è un pendolo» dice una voce nel buio.
«Prego?» azzardo io, notando un individuo misterioso seduto al mio fianco.
«La verità è un pendolo» ripete lui «un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia» Beato te, penso, che ti sei calato l’impossibile.
«Amico, sono d’accordo al settantacinque percento» rispondo restando sul vago.
«Schopenhauer» ribatte il tipo «chiamami Schopenhauer» Pure il nostalgico di Filosofia dovevo incontrare.
«Noto che sorseggi un torbido punch cubano» dice indicando con lo sguardo la mia Moretti.
Ancora ‘sta storia del punch cubano.
«Permetti una domanda?» provo ad azzardare «perché continuate a chiamare punch cubano una semplice birra che…» Mi fermo.
Ci rinuncio.
Schopenhauer sta prendendo velocissimi appunti su un diario, pare colpito da un raptus d’eccitazione intellettuale.
«Non rinunciare a cogliere una rosa per timore che una spina ti punga!!» comincia a gridare «solamente con il più alto grado d’intelligenza, il dolore raggiunge il suo limite supremo!! Più intelligenza avrai, più soffrirai!!» Cazzo, questo si è fumato anche il borotalco della nonna, penso, allontanandomi pian piano e annuendo ai suoi deliri con un sorriso di circostanza.
Sotto il palco, intanto, si sta radunando un nutrito gruppo di nostalgici del pogo anni ’90.
Tra tutti intravedo El Peligroso, 223 Kg di vero animale da bolgia, presente a tutti i concerti dei Cavalli Turlupinati.
Scambiamo due chiacchiere, dice che nell’ultimo mese ha lavorato come cavia umana per la facoltà di Lavanderia Clinica di Bologna.
Quando gli faccio cautamente notare che non esiste alcuna facoltà di Lavanderia Clinica, è già tempo di scaldare i muscoli: la band è sul palco.
L’atmosfera è di quelle veramente calde, nel marasma generale intravedo un cambiamento tattico nella line-up, il cantante è stato sostituito a sorpresa.
Perché? Quando è successo? Come mai nessuno mi ha avvisato? Quando le luci finalmente illuminano i miei eroi, e il concerto comincia, non faccio in tempo a capire chi è il nuovo leader della band che un pogo violentissimo mi trascina senza scampo.
Le birre (pardon, i punch cubani) volano in aria, decine di corpi si ammassano uno sull’altro come nel peggiore dei gironi infernali finché, nella matassa di braccia e gambe avvinghiate, intravedo El Peligroso franare clamorosamente su un ragazzino di 40 chili.
Un attimo dopo, finalmente, il cantante si svela.
Cristo Santo.
È Gegia.
La grande Gegia degli anni ’80! Nota, quasi a nessuno, come Francesca Carmela Antonaci, quella che trent’anni fa partecipava ai programmi comici in Tv! Cazzo, la super Gegiona! Il mio sogno erotico di sempre è il nuovo leader dei Cavalli Turlupinati! Che eccitazione, che turbamento, che frenesia interiore! Mi faccio largo a suon di gomitate e raggiungere il palco.
Voglio toccarla, voglio sentire la Gegia vicino, voglio che mi guardi, mi noti, mi ami! Nel delirio di chitarre impazzite e sangue dal naso, la Gegia s’inerpica sull’amplificatore più alto e si prepara a un volo d’angelo sulle nostre teste sudate.
Sì, Gegia! Travolgimi con tutto il tuo torpore di diva, crollami addosso, mostrati come la donna che ho sempre voluto! «È giunta l’ora!» grida la Gegia dall’alto «questo è il singolo presentato all’ultima festa della Caritas di San Lazzaro! Ha una potenza bestiale e s’intitola… TUNGSTENOOOOO!!!» In meno di un secondo il filo sottile che separa un pogo da una rissa si strappa e con lui anche il vestito della Gegia che, a tette nude e sballata come un fagiolo, si lancia sulla moltitudine di corpi luridi continuando a urlare «Tungstenoooooooo!!» Nell’apice del mio personale Nirvana, un braccio si allunga alle mie spalle e mi prende di sorpresa.
«Essere consapevoli di ciò che si prova, senza sentirsi sbagliati, è il passo fondamentale per essere padroni di se stessi» mi sussurra Schopenhauer all’orecchio, prima di ritirarsi nell’ombra come un demone.
«Oh, Arthur, ma vaffanculooo!» grido in pieno orgasmo apocalittico, prima di smarrire il mio Io interiore e perdere i sensi.
Quando riprendo conoscenza sono all’Ospedale Maggiore di Bologna, un braccio attaccato alla flebo e lo sguardo severo de El Peligroso puntato addosso.
«Certo che ieri sera ci hai dato dentro» dice «non ti ho mai visto così sconvolto» Intorpidito dalla morfina, non riesco a rispondere, una folla di domande sta tamponando la mia testa: dov’è Gegia, chiede il mio desiderio inappagato, dov’è il mio amore? «Schopenhauer ti ha denunciato» dice El Peligroso «afferma di averti visto nel bagno del Dio Cagnaccio molestare la sua ragazza, Francesca Carmela Antonaci, quel cesso che faceva Tv negli anni ‘80» Prima di cadere in un sonno profondo, riesco a sorridere e pensare a lei, la mia Gegia, carnalmente posseduta dal sottoscritto durante il concerto della sua band preferita.
Può esserci un finale più dolce? Probabilmente sì, dato che le maledette emorroidi mi hanno appena fatto cagare addosso.

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Francesco Checco Satanassi

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