UN ASPARAGO DI FERRO

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Dopo due anni, due mesi e cinque giorni di lavoro, oggi, 6 maggio 1889, tutti possono finalmente ammirarmi.
Non porto tacchi, ci mancherebbe, sono alta 324 metri e in città non c’è nulla che mi superi.
Scolpita con ferro, bulloni e acciaio guardo tutti dall’alto.
Sono stati bravi, i tecnici, a mettermi in piedi, terminando in tempo per l’Esposizione Universale di quest’anno, che è una cosa tipo la Fiera Mondiale per il Centenario della Rivoluzione, di cui sarò il simbolo.
Dopo l’esposizione dicono che mi butteranno giù, peccato, ma per molti, quasi per tutti, sono veramente brutta.
Il mio corpo è forgiato da 18.000 pezzi di ferro tenuti insieme da due milioni di bulloni.
Mica noccioline.
Ci sono voluti 300 uomini per montarmi, pensa te, che detta così, trecento uomini per montarmi, suona un po’ strano.
Uno ci ha pure lasciato le penne, mentre mi montava, stava sistemando gli ascensori.
Sono alta, mi montano in 300 e peso 10.000 tonnellate.
Ma non lo sanno, qui, che il peso di una signorina non si rivela mai? Va bene, sono appena nata, questa ve lo concedo.
Tra l’altro, una cosa che ho saputo da poco, i miei piedi scendono nel terreno di soli quindici metri, a pensarci fa un po’ senso, voglio dire, se volo via, succede un macello, potrei rovinare il bel prato che sta qui davanti, da cui partono le mongolfiere ogni anno, quando arriva Primavera.
Mio padre si chiama Alexandre Gustave Bönickhausen ed è specializzato nelle cose di metallo.
Gli piace il ferro, costruire e fare cose con il ferro, cose molto grandi, come me.
Dopo che mi ha completata, nessuno lo chiamerà più “Signor Bönickhausen”, tra l’altro impronunciabile, diventerà famoso con un altro nome, il nome che poi daranno a me.
Mio padre dice che per l’ispirazione è stato in Italia, a Milano, dove c’è una galleria che porta il nome di un Re e le cui strutture in ferro sono tutte a vista.
Sai che, per quarant’anni, resterò la struttura più alta al mondo? Poi va be’, le cose cambieranno, il progresso avanzerà e mi dovrò accontentare di scendere un po’ in classifica.
Colpa dell’America, come al solito.
Però puoi salire comunque fino in cima e ammirare ciò che vedo io dall’alto.
Puoi prendere l’ascensore trasparente o fare tutti i 1665 scalini, se hai un buon fiato.
Tra l’altro, nonostante le apparenze, sono una grande vanitosa e per mantenermi in forma servono 50 tonnellate di vernice nuova ogni sette anni.
Mi hanno divisa in tre livelli e al terzo, mio padre, ha sistemato un appartamento dove riceve gente famosa e ospiti illustri.
Un giorno passerà di qui anche Thomas, l’americano mezzo sordo che inventerà la lampadina.
Nonostante tutti parlino di me, continuo a piacere a pochi.
Gli abitanti di questa città sono molto esigenti, dicono che sembro un asparago di ferro e vogliono buttarmi giù proprio ora che sono nata.
Tra l’altro, tra vent’anni, rischierò di essere demolita, perché mio padre ha convinto tutti a farmi costruire dicendo che starò in piedi solo vent’anni e infatti, tra vent’anni, i letterati della zona si schiereranno contro di me, diranno che non sono valida esteticamente, è scaduto il tempo, è ora di buttare giù tutto.
Poi, però, resisterò.
Mi troveranno un nuovo utilizzo, qualcosa d’importante: sarò una piattaforma per le antenne radio.
Ma non solo, servirò anche per scopi scientifici.
Mi riempiranno di barometri, parafulmini, telegrafi… Sopra di me si farà di tutto, anche misurazioni meteorologiche, analisi dell’aria e via dicendo.
Quando, poi, arriverà la guerra, nessuno potrà dire che sono da buttare giù, nemmeno gli artisti e gli intellettuali che tanto mi odiano.
Diventerò infatti molto utile per comunicare con navi e dirigibili e per intercettare i messaggi del nemico.
Nel tempo mi capiteranno tante cose strane, un prete salirà fino in cima e quando tornerà giù, a piedi, dirà di aver scoperto i raggi cosmici, che sono delle particelle che stanno nell’universo e arrivano sulla terra come una pioggia invisibile.
Un sarto austriaco, un po’ matto, un giorno si butterà dal primo livello con un paracadute inventato da lui e finirà per sfracellarsi a terra, facendo un buco di mezzo metro.
Però morirà prima di toccare il prato, gli verrà un infarto a metà del salto.
Ci sarà anche un uomo, uno dell’est, che sarà conosciuto, poi, come un genio della truffa.
Quest’uomo riuscirà, con l’inganno, a vendermi per ben due volte come ferro vecchio.
Un compratore, scoperta la truffa, si vergognerà talmente tanto da non sporgere nemmeno denuncia.
Durante la guerra, questa è la mia preferita, anche il super capo della Germania verrà a trovarmi, però gli diranno, per scherzo, di un improvviso guasto agli ascensori, che se vorrà salire in cima dovrà farsela a piedi.
Peccato, penserà lui, senza salire.
E questa è una storia di cui tutti andranno molto fieri, dopo la guerra, del fatto che il super capo della Germania Nazista non mise mai piede sopra di me.
Poi ci saranno anche numerosi incendi, ci sarà l’apertura di un ristorante che chiuderà, mi metteranno un’antenna radio sulla testa e 352 fari, 20.000 lampadine e 800 luci da festa.
Finirò per non essere più quella brutta che tutti odiavano, nessuno vorrà più buttarmi giù, smantellare, distruggere.
Non sarò più quell’orripilante asparago di ferro che proprio non piaceva.
Diventerò, invece, il simbolo di un Paese, una cosa che la gente, quando da lontano verrà per vedermi, mi fotograferà e pagherà la fila per salire sul punto più alto.
Col tempo sarò conosciuta come Torre Eiffel, continuerò a sorvegliare i tetti di Parigi, e tutti, ripeto tutti, mi vedranno almeno una volta nella vita.

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Francesco Checco Satanassi

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