Il morso della farfalla

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Di quando l’ho sposato ricordo i suoi occhi neri, pozzi fondi dentro cui cadere, e poi quei denti, perfetti, messi tutti in fila come tanti piccoli soldati.
Il sole che indugiava, sfiorava il tetto della chiesa e poi spariva e non ricompariva più.
E poi ricordo la mano che raccoglieva la mia guancia, un frutto che si ostinava a non voler cadere.
Fuori piove, anche oggi, ed è una pioggia rumorosa, non mi guarda, continua a fissare il lavandino, è di spalle.
Mi innervosisce quella sua perenne staticità, questo non guardarmi mai per intero.
Mi concedo uno sbuffo.
Alza la mano, afferra una tazza e la riempie d’acqua.
L’acqua sborda, la tazza vomita pigrizia, vorrei dirglielo che mi fa incazzare quest’inerzia, ma sto zitta, non voglio litigare.
I bambini stanno scendendo le scale, neppure entrano in cucina.
Giulia è già in strada, Giacomo supera la soglia con la sua testa piena di virgole, si sfrega un occhio, ha una mano sulla bocca, sembra stia per sbadigliare, ma poi non lo fa.
Muove due passi e corre.
Non mi ha neppure guardata.
Ha sfiorato con gli occhi suo padre, le sue spalle irrigidite dentro la camicia, poi se ne è andato.
Mi alzo, vado a controllare che abbiano preso l’ombrello, che siano saliti sull’autobus.
Giulia è seduta dietro il finestrino, Giacomo vacilla, raccoglie i resti del suo coraggio e dall’ultimo gradino salta indietro e torna in strada.
Sua sorella spinge gli auricolari dentro le orecchie, copre il viso con i capelli, scompare.
La pioggia si fa improvvisamente fina, mi butto fuori e lo raggiungo per accompagnarlo a scuola.
Si tira su il cappuccio, affonda le mani nelle tasche della felpa e allora decido di starmene tre passi indietro.
Non lo voglio forzare, il suo è un animo buono, ed è un periodo difficile.
Mi assicuro solo che superi il portone.
Controllo le spalle schiacciate sotto il peso dello zaino, vorrei, ma non lo tocco.
Schiva i suoi compagni, sfrega il fianco contro il muro e passa avanti, si insinua nella massa, sottile come un foglio.
Era sottopeso alla nascita, l’ho partorito dopo tredici ore di travaglio, non aveva neppure la forza per piangere, dormiva appeso al mio seno.
Eravamo carne nella carne.
Anche adesso non si concede al pianto, i suoi occhi rotolano tra i disegni dei manga, dentro i colori che la televisione gli spara in mezzo a quelle iridi così chiare.
Giulia l’ho persa.
Vado a prenderla a scuola e lei mi passa accanto, finge di non vedermi, raggiunge le sue amiche, si avvia a piedi verso il parco.
E poi c’è il fidanzato, quel ragazzo dai capelli rossi con le efelidi sul naso, che l’abbraccia stretta.
Che madre sarei se mi insinuassi tra lei e il suo amore? La stringe come vorrei fare io, braccia sottili come rami, pelle chiara che scompare sotto il nero dei tatuaggi.
Non lo ha ancora imitato, si è lasciata tatuare solo dai suoi denti.
Lui le afferra una mano e gliela morde tra il pollice e il polso, fa lo stesso con la sua, poi le avvicina entrambe, le osserva soddisfatto e dice “la vedi la farfalla? Io ho un’ala e tu hai l’altra”.
Lei di rimando lo bacia, lui si piega e sembra volerla ingoiare.
Guardo e aspetto.
Aspetto nella speranza che, a forza di rovistarle dentro, riesca a farla parlare.
Giulia si stacca, è infastidita, fa qualche passo nella mia direzione.
Prendo il coraggio e mi avvicino.
Sono a un passo da lei, lei è a due passi da lui.
– Giulia cos’hai? Si volta e penso che risponderà in modo aspro, come fa sempre, ma lui l’anticipa, si mette in mezzo, l’afferra per un braccio, lei si divincola e sbuffa.
– Fatti i cazzi tuoi.
Tornano insieme verso la strada, la sento ridere d’improvviso e mi basta quella risata che cade a terra come una manciata di sassi per convincermi a lasciarla stare, a tornare indietro, un’altra volta ancora.
Scavalco il muretto del parco, è un movimento innaturale il mio, un piede sembra voler andare in una direzione e la gamba in un’altra.
Mi manca l’equilibrio per mantenermi salda al terreno e cado.
Cosa se ne fanno i miei figli di una madre così maldestra? A camminare.
A vivere.
Ad amare.
Mi volto e lo vedo di nuovo, un’altra volta lì sulla sua panchina, che mi fissa.
Come ieri.
Come l’altro ieri.
Pelle piena di grinze, tenuta su da due occhi di vetro, spilli che traballano, sembra stiano per cadere da un momento all’altro.
I capelli non ci sono, vorrei non doverlo guardare perché ad ogni occhiata mi sale la nausea.
A me i vecchi mi fanno orrore.
La pelle grigia è tesa sopra il cranio, e poi ci sono quelle gengive vuote che mi sorridono.
Sembra sempre sul punto di parlare e io non riesco a trattenere la paura.
Ogni giorno torno a casa terrorizzata, giuro a me stessa che impedirò a Giulia di tornarci in quel posto orribile, dove i pervertiti e i drogati vanno ad accendere i loro piccoli inferni, ma poi lascio perdere, mi dimentico, perché penso a Giulia in termini d’amore e di urgenza ed è così profondo il bisogno di avvicinare la mia bambina che non riesco ad impedirle nulla, neppure di andare dove io non ho il coraggio di guardare.
Quando era piccola, mia suocera me lo diceva sempre: “la vizi troppo, non sarà mai una brava donna”.
Io allora me ne andavo accostando la porta con cautela, quando invece sognavo di abbatterla, staccarla dai cardini e urlare che neppure io ero una brava donna, perché le brave donne sono delle sante in casa e delle puttane in strada, ma non lo dicevo.
Stavo zitta.
Forse dovrei smetterla di ingoiare parole.
Mi volto verso il prato, Giulia non c’è più.
Sposto gli occhi di qualche metro e dalla panchina l’uomo mi guarda ancora.
Le narici nere, le orecchie grandi, come quelle dei vecchi che continuano a crescere anche quando smettono di raccogliere rumori.
Alza un mano e mi indica con un dito.
Un solo dito che sporge dal pugno.
Prendo coraggio e questa volta guardo per intero la sua bocca.
Seguo il profilo sottile delle labbra, la curva che muta scivola dentro la piega di ogni sillaba.
– Ca… te… ri… na… Mamma.
Dio, mamma.
Ho pianto quando è morta, ho pianto così tanto che non sono uscita dal letto per settimane, per mesi.
Non cucinavo più e a casa nessuno mangiava.
Uscivano anche loro e io restavo sola a fissare le persiane, le imposte socchiuse.
Una sera Giacomo mi ha raggiunta, a letto, io fingevo di dormire.
Mi ha abbracciata da dietro, avevo il suo naso sulla nuca, il suo braccio sotto il seno.
Gli ho stretto la mano così forte da fargli scrocchiare le falangi, ma lui non ha detto niente.
Io non ho detto niente.
La strada è uno specchio, il sole è uscito e adesso mi attraversa con il suo bagliore.
Mi fermo solo quando arrivo davanti al cancello.
Spuntoni di ferro nero, fiori scuri dentro vasi troppo grandi e quel ghiaino così chiaro da farti stringere gli occhi fino a ridurli a una fessura.
Il cimitero è un luogo privo di ombre, le lapidi riflettono il giorno, il marmo chiaro balugina, i ceri brillano dentro luci rosse, intermittenti.
Sono di nuovo alle spalle di mio marito.
È accucciato a terra, davanti alla lapide di mia madre, lo guardo senza capire.
La odiava.
Diceva che se l’era meritato il cancro, che una come lei una fine migliore non la poteva fare.
Scivolo dietro il profilo di una cappella, faccio il giro al contrario, evito il ghiaino per non fare rumore e cammino in bilico sui profili di porfido.
Dovrei portarci Giacomo, un passo dietro l’altro calzerebbe i muretti come fanno i funamboli, la sua scarpa da ginnastica scivolerebbe sui bordi del marciapiede e ad ogni passo le lucine della suola si accenderebbero.
I sassi vengono deposti, uno alla volta, sul marmo nero.
Pollice e indice stringono e appoggiano.
La linea che si compone tra le dita di Stefano è il nostro confine.
Sono percorsa da una corrente sotterranea che mi impedisce di restare ferma.
Esco dal buio e mi avvicino, sembra non accorgersi dei miei passi, della mia presenza a pochi metri da lui.
Il mento è insaccato dentro il torace, le unghie grattano via un punto scuro posto al centro dell’ultima pietra, la sistema meglio, con premura, più in alto, verso le orchidee che riempiono il vaso.
E poi c’è quel fiocco grande che sborda oltre la lapide e la cascata di rose rosse che coprono ogni spazio.
Non vedo più neppure mia madre, è stata risucchiata dalle corolle.
– Dovevo farlo.
Lo sai.
Quel suono è una nota discordante, stonata.
Non alza lo sguardo.
Vorrei toccarlo ma ho paura.
– Cosa? Cosa dovevi fare? – Te ne volevi andare.
Volevi prendere i bambini.
– Stefano… ti prego… – Ci ho messo due ore a disfarti la valigia.
Due ore.
– Stefano… basta… – Due ore.
– Basta! Smettila! Non voglio sentire! Provo a spostarmi ma i piedi sembrano scendere dentro la terra.
Con le mani mi copro le orecchie ma la voce, per quanto sussurrata, mi arriva comunque.
– Fortuna che te ne stavi sempre davanti a quella finestra, a piangere.
Fortuna che non volevi parlare con nessuno.
Fortuna che lo schiaffo che ti ho tirato si è perso nel pallore.
E anche quelli dopo.
– No! – Fortuna che a cadere ci hai messo poco.
E non hai fatto rumore.
– No! Con la mano spazza via i sassi.
È un gesto rapido che consuma con la precisione di una carezza.
La sua voce è un mulinello di lettere che si ammucchiano davanti agli occhi.
Vedo la mia tempia, dietro le orchidee, sbuca come un petalo senza candore.
Sposto gli occhi, sposto le mani, sposto i fiori e cado in avanti.
Un orecchio, un occhio, una collana di perle, il mio sorriso, senza denti.
La cornice di bronzo, brunito.
‘Me ne vado, Stefano.
Voglio salvare qualcosa.
Voglio salvare i bambini.’ I suoi occhi erano pozzi fondi, senza fine.
Pozzi da cui uscivano mani che ti tiravano giù e non potevi sottrarti, non potevi scappare.
I suoi occhi erano pozzi bui dentro cui sparire.
Mi volto e si alza.
Sulla mano, tra il pollice e il polso c’è l’impronta dei miei denti.
Una farfalla spezzata, senza peso, una farfalla che ha smesso di volare.

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Redazione LOPcom

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