CHE FAI? NIENTE

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Vent’anni fa era il 21 novembre 1995 e usciva HOSS, terzo album della punk band californiana Lagwagon.
Io avevo circa 14 anni e avevo appena dato il mio primo limone a una ragazza nel parcheggio di un paese di provincia, nascosto tra la giostra del calcinculo e il pungiball.
Lei era biondissima, altissima e magrissima.
Mi lasciò due settimane dopo perché invece di uscire con lei andavo al campetto a giocare a basket con le cuffie del mio orripilante walkman nelle orecchie.
Non dovevo sembrare un granché con quella tuta di acetato addosso, ma lei, ogni santo giorno, mi aspettava paziente su una panchina poco distante.
Non esistevano i cellulari e neanche internet, perciò, per incontraci, ci telefonavamo a casa.
Spesso ci si organizzava così: “Ti chiamo domani subito dopo i Simpson”.
In questo modo già al primo squillo potevo tranquillamente fracassarmi le ginocchia per scattare al telefono prima che lo facesse mia madre.
I dialoghi erano qualcosa di altamente filosofico, roba da puristi del linguaggio, quasi intellettuali della parola.
“Che fai” “Niente” Come va” “Bene” “Ci vediamo dopo” “Okay”.
Tutti i pomeriggi uscivo di casa per correre al campetto della parrocchia per lanciarmi in lunghissime sfide a pallacanestro con i ragazzetti del quartiere, sapendo che lei era lì, a poche decine di metri, che mi guardava e pensava “Che figo, che bravo, che campione!”.
Nella realtà lei era, sì, a poche decine di metri, ma stava sicuramente pensando “Che palle, fanculo, che noia!”.
Finché, giunta sera, con la palla chiusa nel mio ingombrante e antiestetico zainone Invicta, andavo finalmente da lei.
Mi accoglieva con un bacio dolcissimo e prendendomi la mano chiedeva “Ci sediamo un po’ sulla panchina?” Io, con l’innocenza più stupida del mondo, rispondevo “Vado a casa, i miei genitori mi aspettano per cena”.
E così salivo su una scomodissima mountain bike e pedalavo, sudato ma felice, pensando soltanto al fatto che avevo una donna (anche se non la cagavo) avevo un futuro da campione di basket (ma quando mai) e avevo un walkman con HOSS sparato nelle orecchie.
Tre mesi dopo, i miei mi comprarono uno scooter, mi rasai i capelli lasciando una cresta al centro e indossai per la prima volta una catena al collo chiusa con un lucchetto.
Senza saperlo, il punk mi stava portando in vita.

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Francesco Checco Satanassi

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