La marmaglia

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Nel campetto dell’Oratorio di San Lorenzo ci ho lasciato, in ordine sparso: innumerevoli sudate, infuocati litigi, entusiasmanti vittorie, brucianti sconfitte, un legamento frantumato, qualche tacchetto, un gol al volo di destro, un rigore sbagliato di sinistro, un pallone di cuoio ricucito da Piccio il calzolaio, oneste quantità di sangue, ostinati dribbling a testa bassa, l’odore di pioggia estiva, un paio di pantaloncini strappati, due occhi senza occhiali, la voglia infinita di correre, bambini che non ho più incontrato, amici perduti, due pugni: uno dato e uno ricevuto, una maglia rossoblu, due scarpe che si chiamavano scarpe da calcio e non scarpini, un “puttana-vacca-schiva-svigliachêda-ciossa!” che mi costò un’ammonizione e dieci PaterAveGloria per penitenza, il profumo dell’erba, il sapore della polvere dell’area di rigore, il desiderio del gol, la poca voglia di difendere, il sogno di un gol in rovesciata, la frotta dei bambinetti più piccoli che volevano sempre giocare con noi più grandi.
Giocavo nel settore giovanile del Baracca Lugo, io.
Prima nei Pulcini e poi nei Giovanissimi.
Avevo un grande allenatore: Enea Faccani ed un competente direttore sportivo: Alfredo Belletti.
Mi allenavo due volte la settimana (il martedì e il giovedì) e giocavo un campionato vero fatto di partite che si disputavano di sabato pomeriggio o di domenica mattina.
Mi venivano a prendere con un pulmino della Società e poi mi riportavano a casa: ero prezioso.
Come un vero calciatore.
E nel campetto dell’Oratorio, tra i bambinetti che correvano tutti dietro al pallone, mi sentivo un piccolo fenomeno, perché avevo piedi buoni e sapevo stare in campo e conoscevo i ruoli.
Non a caso giocavo nel Baracca Lugo, io.
Mi sentivo imbattibile, troppo forte per tutta quella marmaglia che affollava quotidianamente il campetto dell’Oratorio.
“La marmaglia”.
Venivano chiamati così i bambinetti più piccoli e tutti quelli – anche più grandi – che avevano “i piedi quadri”.
A giocare a calcio erano scarsissimi.
Per loro il pallone era un oggetto incomprensibile e misterioso.
Elementi della marmaglia e pallone erano assolutamente incompatibili.
Non è che i componenti la marmaglia non ci mettessero dell’impegno, anzi! Rincorrevano il pallone tutti in gruppo e ci davano dentro come forsennati, ma una volta raggiunta la sfera, non sapevano poi che farne.
Si vedeva subito che tra loro ed il pallone non c’era “dialogo” e che anche la più basilare “comunicazione” era impossibile da instaurare.
Come dovevano trattare quell’oggetto sferico e rimbalzante? Come avrebbero potuto entrarci in confidenza se quello tra i loro piedi si mostrava tanto ribelle da non andare mai, una volta calciato, dove volevano loro? Quando, per formare le squadre, dopo il “bim bum bam, fânt, caval e re!”, i capitani (che erano sempre i due considerati più bravi per unanimità di giudizio) cominciavano a chiamare i compagni, quelli che facevano parte della marmaglia erano sempre gli ultimi ad essere scelti.
Spesso poi capitava che alcuni bimbetti della marmaglia venissero addirittura “regalati” alla squadra avversaria senza più tener conto della parità numerica, e così, per accelerare i tempi, succedeva che uno dei due capitani dicesse all’altro: “Quelli puoi prenderteli tutti tu…
così le squadre sono più equilibrate”.
E “quelli”, a volte, potevano anche essere due o tre, e si sarebbe giocato – che so – tredici contro nove! Ma come sarebbe “più equilibrate”? Doveva essere piuttosto frustrante per i bambini della marmaglia essere considerati “tutta faloppa” come fossero tutti piccoli bozzoli di pessima qualità da cui non si può che ricavare una scadentissima seta.
Io al pallone gli davo del tu.
Quando non ero uno dei due capitani incaricati di formare le squadre, ero certamente il primo ad essere scelto da quello dei due che vinceva al “pari o dispari”: “Otto.
Pari.
Ho vinto io e scelgo Giannino”.
Ero bravo, ma stavo esagerando.
Mi divertivo nel mettermi alla prova e, sempre più presuntuoso, nel campetto dell’ Oratorio ero pronto ogni giorno a lanciare nuove sfide: “Io, Gigi, Luciano, Marco, Daniele e Antonio contro tutta la marmaglia”; e poi: “Io, Luciano, Marco e Antonio contro tutta la marmaglia” e poi, ancora, “Io e Marco contro tutta la marmaglia”…
Finché non mi presentai un giorno pronto per la sfida delle sfide.
Col pallone sotto braccio, le scarpe lucidate e la tuta del Baracca Calcio entrai nel campetto mentre un nugolo di bambinetti, avvolti in una nuvola di polvere, stavano rincorrendo un povero e incolpevole pallone.
Attirai la loro attenzione e lanciai il guanto: “Io contro tutta la marmaglia! Non mi serve nemmeno il portiere.
Ma si gioca col mio pallone”.
Alla marmaglia urlante non sembrava vero.
Palla al centro.
La partita ha inizio.
Tocca a me giocare la palla.
Passo a me stesso e parto verso la porta avversaria col pallone incollato al piede…
Primo dribbling riuscito; secondo dribbling e terzo dribbling riuscito…
quarto, quinto…sesto dribblig, e poi tunnel…
e altro dribbling…
nove, dieci…
Ma quanti sono? Di quanti elementi è composta la marmaglia? Il piccoletto che mi porta via il pallone…
da dov’è sbucato? Rientro velocemente, ma il piccoletto si è già liberato della sfera con un calcio di punta che ha mandato il pallone dentro la mia area piena di marmaglia…
Sono in dieci attorno al pallone e io non so come fare a fermarli…
Sto ancora cercando di individuare il pallone quando sento un urlo (per me straziante): goooool! L’urlo è seguito da una atroce (per me) comunicazione: “Marmaglia 1, Giannino 0!” Si è trattato solo di sfortuna (mia) e di fortuna (loro), mi dico, ma ora le cose andranno diversamente.
Palla al centro.
Ripasso a me stesso e riparto palla al piede…
ma la marmaglia è un muro invalicabile; non è cinese ma è una grande marmaglia comunque! Non ha tecnica, ma è una massa di piccole cavallette che mi ritrovo dappertutto…
Tento anche di giocare scorretto e, sgomitando, ne abbatto un paio; ma per due che sono a terra ce ne sono altri dieci alla caccia del pallone che ancora una volta non mi ritrovo più tra i piedi de ancora una volta un urlo mi trafigge: goooool! “Marmaglia 2, Giannino 0”.
Ero stravolto.
Gli allenamenti del Baracca Calcio a nulla servivano contro quella scatenata marmaglia e così, stremato, sul 10 a zero mi arresi, portandomi a casa il pallone e una sonora lezione: mai sopravvalutarsi, ma – soprattutto – mai sottovalutare la marmaglia.
(g.p.)

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Gianni Parmiani

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