ESTATE 1958

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Estate 1958.
Il cortile assolato raccoglie un gruppetto di bambini vocianti ed in corsa perenne.
Sono in dodici e Michele si sta divertendo moltissimo nel gioco del pallone.
Già da venti minuti al balcone del secondo piano di una casa tutta grigia è steso un asciugamano rosso.
E’ un segnale per Michele: deve rientrare a casa per i compiti.
Michele ha visto il drappo steso con la coda dell’occhio, senza alzare troppo la testa, ma fa finta di nulla.
Si sta divertendo troppo con gli amici.
Ecco un tiro di destro…Michele intercetta la palla e corre verso la “porta”.
Il cuore sembra esplodergli nel petto per lo sforzo, tuttavia è inarrestabile.
Il portiere lo aspetta a braccia larghe e ginocchia piegate.
Michele simula un tiro a destra, l’altro si sposta velocemente a sinistra.
Tiro in porta…GOOOL! I compagni di squadra gli saltano al collo, lo abbracciano, lo baciano; gridando di gioia lo fanno cadere.
Michele si rotola beato nella polvere.
Sua madre appare al balcone.
– Michele!!!! -grida esasperata – Vieni, vieni su che facciamo i conti! …Michele! Hai sentito?…- Lui, sapendo che non può andare oltre, fa un mezzo giro di campo con le braccia alzate, poi saluta gli amici con un gesto rapido della mano e s’infila nel portone.
Sale le scale di corsa, due gradini per volta, sudato e felice, inebriato da quella irrequietezza vitale che sente dentro di sé.
La porta di casa è aperta.
Sua madre lo sta aspettando con le braccia sui fianchi, l’aria battagliera.
E Michele a vederla così determinata di colpo sente la paura addosso.
– A quest’ora arrivi e cosi conciato? Ma guarda come ti sei ridotto…Scema io che spendo soldi per te…guarda, guarda la maglietta nuova come l’hai conciata… ah disgraziato…
vieni qui che ti sistemo… – Lui fugge e si infila sotto il letto; sua madre va a prendere la scopa.
– Dovrai pure uscire di lì – dice menando colpi alla cieca.
Michele si fa piccolo piccolo, rannicchiato contro il muro.
Il pavimento di granito odora di cera e di polvere ed è gelido.
Michele sente un brivido dietro la schiena, ma non si muove.
Vede i piedi di sua madre, infilati nelle ciabatte consumate, fare più volte il giro del letto, sente le sue minacce e spera in una via d’uscita.
Ma ecco che qualcuno suona alla porta.
Michele esulta: questo imprevisto potrebbe essere la sua salvezza.
La madre va ad aprire: è il padrone di casa venuto a riscuotere l’affitto.
Michele sente la voce di lei cambiar tono; s’è fatta gentile, quasi timorosa.
Lei è sempre così con gli estranei: riservata, gentile…Solo con lui tira fuori le unghie, diventa spietata…
I due sii sono spostati in cucina.
Sicuramente lei aprirà il cassetto della credenza e prenderà la busta con i soldi, già contati.
Poi gli offrirà un caffè.
E resteranno a parlare per un po’, seduti una di fronte all’altro.
E’ il momento buono.
Michele esce dal suo nascondiglio, infila la porta d’ingresso e scappa via.
Corre a perdifiato verso la casa di zia Nicole, che però abita lontano, almeno quattro fermate di tram.
I biglietti non ce l’ha.
Deve andarci a piedi.
Ci va correndo, correndo dietro al tram.
Arriva da sua zia sfinito, suona al citofono, si fa aprire, sale quattro piani di scale.
– Che succede? – chiede zia Nicole, che non sa cosa pensare.
– Son venuto a trovarti – risponde laconico Michele col fiatone.
A quel tempo il cellulare non esisteva e il telefono fisso ce l’avevano in pochi.
Nicole non può informare la sorella.
Così resta a casa con il nipote tutto il pomeriggio.
Dopo una bella doccia calda, gli prepara l’uovo sbattuto e Michele pensa che come lo fa zia Nicole, bianco e cremoso, con una goccia di marsala o di caffè ristretto, non lo sa far nessuno e che proprio gli ci voleva per tirarlo su.
Pensa anche che ormai sua madre avrà messo da parte la sua rabbia, tutta presa dalla preoccupazione di cercarlo in giro.
Verso le sei di sera arriva suo zio Antonio, lo guarda sorpreso, parla con Nicole a voce bassa, poi esce di nuovo sbattendo la porta.
Alle sette arrivano tutti e due, sua madre e zio Antonio.
Lei è livida, gli occhi incupiti e un po’ stanchi.
Si guardano per un momento immobili.
Poi lei lo abbraccia ruvidamente e se lo tiene stretto a lungo; con forza lo bacia sulle orecchie e sul collo.
Michele chiude gli occhi e ha l’impressione di soffocare.
Tornano a casa in tram.
Seduti vicino, i loro corpi si toccano.
Lei sa di sudore e di ragù.
Michele ne è un po’ infastidito: vorrebbe esser libero, libero e solo.
Lo sguardo fuori dal finestrino, la borsa in grembo, lei pare invece del tutto rasserenata.
Mentre il tram infila sobbalzando la strada del ritorno, Michele pensa al cortile, ai compagni, alle partite di pallone.
E non vede l’ora di ricominciare.
Tutto quel movimento, la compagnia, la competizione lo fanno sentire vivo.
Ora il pensiero cambia direzione: compiti, lezioni, brutti voti e di colpo gli torna in mente qualcosa che aveva stranamente dimenticato: il quattro in matematica che sua madre deve ancora firmare.
Accidenti – pensa Michele – ci voleva anche questa…- Ma ecco che, mentre stanno scendendo dal tram, un’idea improvvisa prende forma e lo rallegra, sicché, di nuovo pieno di entusiasmo, inizia a fischiettare.
Senza dir niente a nessuno, per non creare complicazioni, la firma ce l’avrebbe messa lui, pensa Michele.
Sua madre del resto ha una scrittura facile facile, così tonda e infantile, che imitarla sarebbe stato un gioco da ragazzi.
Liliana Veri Ventimiglia 6 marzo 2014 Riveduto il 17 giugno 2014 Riveduto il 13 agosto 2016

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