GIANNI

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Lo incontravo soprattutto di sera tardi, tornando dal lavoro.
Robusto, vicino alla mezza età, dai capelli radi e qualche filo bianco nella barba, era quel che si dice un bonaccione.
Camminava canticchiando e fischiettando, il passo strascicato, vestito come un ragazzino, con i jeans consumati alle ginocchia e abbottonati sotto la pancia.
-Che ore sono ? – chiedeva ogni volta che mi incontrava, perché quello dell’ora era il suo chiodo fisso.
Io rispondevo con gentilezza, sorridendogli, intenerito dalla semplicità del suo cuore, e lui, dopo avermi ringraziato, tirava dritto, seguito da Tommy, il suo vecchio cocker fulvo.
Gianni amava andare a pesca .
Spesso lo vedevo risalire la foce del fiume con sporta e canna, gilet verde muffa, stivaloni di gomma fino all’inguine e cappellino floscio.
La sorella Vittoria, con la quale viveva da tempo, me lo descriveva come un uomo schivo e solitario, ma sereno.
Non avendo un’occupazione, passava il suo tempo sdraiato sul letto con le cuffiette nelle orecchie ad ascoltare musica pop o andando a pesca col cane.
La domenica seguiva puntualmente alla radio l’andamento delle partite di calcio.
Era una mattina sul finir dell’estate, quando Gianni, come al solito, uscì di casa insieme a Tommy con tutto il necessario per la pesca.
Ma giunto in piazza, non si diresse al fiume come di consueto, bensì salì sull’autobus per P., un tranquillo paese dell’entroterra collinare.
A dire il vero, ci andava abbastanza spesso, specie in primavera e in estate, perché P.
è attraversato da un fresco torrente ricco di trote e di anguille.
Arrivato in paese prima di mezzogiorno, si fermò dal panettiere, acquistò due focacce, che mangiò strada facendo e si dissetò con l’acqua della borraccia che portava sempre con sé.
Poi si addentrò nel bosco di larici che conosceva assai bene, fischiettando, finché gli alberi cessarono e gli apparve un paesaggio del tutto diverso.
Su un terreno roccioso, che evocava un non so che di primordiale, bellissimo nella sua trasparenza, il torrente scorreva rapido.
Solo in certi punti l’acqua si divideva, gorgogliando.
A riva, qua e là, cespugli di erbe selvatiche; sulla destra un gruppo di canne piegate dal vento.
Di fronte il terreno saliva e in cima alla collina si scorgevano un gruppetto di case e il campanile.
Gianni si guardò intorno e sospirò di piacere.
C’era un bel fresco ed una grande quiete.
Posò la cesta su un grande masso fischiettando, tirò fuori le camole dalla scatolina, agganciò l’esca all’amo, si alzò e con la canna in mano andò a bagno fino alle ginocchia, protetto dagli stivali di gomma.
Restò immobile per un po’ di tempo, come incantato dal luccichio dell’acqua.
Poi lanciò l’amo e rimase in attesa.Tommy annusava le erbe selvatiche.
Più in là, a nord, emergeva una specie di piccolo isolotto di pietra grigia di cui Gianni non serbava memoria e che adesso lo incuriosiva.
Pensando che sarebbe stata un’ottima postazione per la pesca, camminando in acqua, pian piano cercò dunque di raggiungerlo, tuttavia il fondo diventava viscido e una fanghiglia assai fastidiosa gli si incollava agli stivali.
Sarebbe stato prudente tornare indietro, ma Gianni, ostinato, proseguì.
All’improvviso sprofondò dentro una buca con un piede e tutto il corpo si piegò da un lato; la canna gli sfuggì di mano.
Cercò di tirar fuori la gamba per raddrizzarsi, ma era intrappolato dalla melma, anzi più si muoveva e più sprofondava.
Ben presto l’acqua gelida gli arrivò al petto.
Intorno non si vedeva anima viva e Gianni pensò che nessuno sarebbe venuto a salvarlo.
Ma questa idea, stranamente, non lo spaventò, lo lasciò indifferente, come se quel che stava accadendo non riguardasse lui stesso, bensì un’altra persona.
O forse, più semplicemente, non si rendeva conto del pericolo che stava correndo.
Quando le campane della chiesa batterono dodici colpi, e il suono era così forte che stordiva, Tommy cominciò a correre su e giù lungo la riva abbaiando.
Gianni sentendo un gran gelo nelle membra fece un ultimo tentativo di liberarsi, ma fu tutto inutile.
-Ehi – cominciò allora a gridare spaventato – non c’è nessuno? – Nessuno lo udì e nessuno passò.
Alle due del pomeriggio una ragazza di nome Emilia, che tornava al paese dal lavoro nei campi, vide una figura riversa, goffa e sciancata, galleggiare nell’acqua del torrente a braccia distese, simile ad uno spaventapasseri abbattuto dal vento.
Poi vide a destra, impigliato tra le canne, un cappello e una canna da pesca.
E le parve di vedere oltre le canne, un lampo rosso sangue in fuga tra le foglie, forse un animale.
Lo tirarono su, dopo mezz’ora circa, quattro carabinieri.
Il sole era ancora alto nel cielo e l’acqua del torrente abbagliava.
Quando adagiarono a riva il cadavere gonfio d’acqua i paesani giurarono di aver già visto altre volte quel tipo strano attraversare il paese, fischiettando, con un cocker dietro.
Di Tommy non si trovò più traccia alcuna.
Di Gianni se ne parlò in città per lungo tempo, giacché tutti lo conoscevano e gli volevano bene.
Io l’ho pensato spesso.
Ho pensato alla sua fragilità, all’asprezza della sorte e alla precarietà che unisce tutti gli uomini.
E per diverso tempo quando uscivo dal lavoro di sera tardi, certo per un mio segreto desiderio, mi sembrava di vederlo ancora camminare verso di me, col suo incedere pesante, seguito dal suo cane.
A volte mi pareva anche di sentirlo fischiettare o di udire le sua voce cantare canzoni stonate.
Liliana Veri Ventimiglia 3 marzo 2014 Riveduto e corretto 21 agosto 2016

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