lo zingaro che suonava il violino

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LO ZINGARO CHE SUONAVA IL VIOLINO Aveva un eccesso di stomaco da leggero bevitore, in punta, non tondo, grosso quel tanto da non risultare smodato.
Aveva i capelli a crocchia come le nostre nonne, un accenno di barba scura e occhi bellissimi di un nero fondente come il piombo.
Era anche abbastanza alto, circa un metro e settantacinque o su di lì, vestito in maniera non elegante, ma pulita ed ordinata.
Lo sentivo ancora prima di vederlo.
Tutte le mattine suonava il violino sotto il porticato del Comune, con grazia e dolcezza, come se, nel suo intimo, accarezzasse non le corde del suo strumento, ma la pelle di una bella ragazza gitana.
Nella custodia del violino aperta ai suoi piedi brillavano solo pochi spiccioli, ma non si lamentava, non chiedeva e forse gli bastavano pure.
Mi sono sempre chiesto dove potesse abitare una persona così, come potesse pagare affitto e tutto quanto ne consegue, ma non sono mai riuscito a darmi delle risposte esaurienti, anche perché, al di fuori del mio percorso cittadino, fatto per lavoro, non lo incontravo mai.
Dopo varie settimane, fatte di incontri e cenni con il capo da parte sua, quando vuotavo in quella sua custodia aperta delle monetine che avevo iniziato a raccogliere per lui a mo’ di ringraziamento, mi fermai un po’ più del solito, dato che ero in anticipo, ed ascoltai quello che credo suonasse quella mattina proprio per me.
Per circa mezz’ora, ascoltai deliziato e rapito il suono del violino, che, come tutti sanno, ha un’anima che, come tutte le anime, può esprimere strazio, gioia, felicità, serenità, tristezza.
Alla fine accennai a un saluto e me ne andai per la mia strada, portandomi dentro tutte le emozioni che lo zingaro mi aveva regalato.
Ravenna 01/06/2015

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Redazione LOPcom

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