VALLEVO’

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Arrivammo in paese di pomeriggio.
Vallevò non era che un gruppetto di case in mezzo alle campagne, in zona collinare e a due passi dal mare.
– Albè! – esclamò l’Armando allargando le braccia quando ci vide salire su per il sentiero con le valigie in mano.
Abbracciò mio padre e se lo tenne stretto a lungo.
Era un uomo alto e magro, tutto muscoli, mani grandi da contadino, la pelle bruciata dal sole.
Si conoscevano sin da ragazzini.
Avevano condiviso i giochi e poi il lavoro dei campi.
A sera si trovavano nel cortile di casa per ballare la “saltarella” con le ragazze o per giocare a carte, seduti su vecchie sedie impagliate, tra le mani un buon bicchiere di Montepulciano.
A ventotto anni mio padre aveva lasciato la casa paterna per entrare in polizia.
E nonostante tutto era partito contento, perché la terra non dava da vivere e il futuro per lui sarebbe stato amaro.
Erano passati quasi vent’anni da quando era partito.
E un giorno aveva deciso di tornare dalle sue parti per ritrovar gli amici e rivedere i luoghi dove aveva vissuto da ragazzo.
Così eravamo partiti insieme, mio padre ed io.
Chiacchierando allegramente l’Armando ci portò a casa sua, che stava proprio di fronte a quella dove aveva vissuto mio padre.
Vidi il cortile e mi parve più piccolo di come me lo ero immaginato: un esiguo spiazzo sterrato, chiuso da tre casette basse dai muri bianchi con le persiane sbarrate.
L’Armando abitava quella a due piani con la scala esterna di mattoni e l’albero di fico.
A pian terreno, scostata la zanzariera, ci trovammo direttamente in cucina, un grande stanzone arredato con grande sobrietà: una vecchia credenza stile Liberty e qualche pensile di formica color giallino; nel mezzo un grande tavolo rettangolare sovrastato da un lampadario fasciato di carta moschicida.
Alle pareti, immagini fotografiche in bianco e nero: visi dai lineamenti duri, senza sorriso.
Ci sedemmo, bevemmo una gazzosa, mangiammo una fetta di torta fatta in casa, farcita con marmellata d’uva.
Mio padre e l’Armando seduti di fronte a parlar delle loro vite… Aveva due figlie, l’Armando, due ragazze brune e sode.
“Vieni con me”, mi disse Olga, la più giovane, ed io la seguii.
Andammo al piano di sopra, salendo dalla la scala esterna ed entrammo nella camera da letto, che era in penombra poiché le persiane erano chiuse e la luce filtrava tra le stecche di legno degli sportelli.
Il comò di noce con lo specchio, la brocca dell’acqua in terracotta smaltata, il copriletto di raso, la bambola seduta sul letto a gambe larghe davano un senso di antico e di contadino.
L’aria era afosa e pesante.
-Come sto?- mi chiese Olga dopo essersi annodati i capelli davanti allo specchio.
Io guardai in silenzio la sua immagine riflessa, guardai le trecce nere adagiate sul seno, che appariva generoso oltre la scollatura dell’abito attillato e senza maniche.
Nel sistemarsi i capelli sollevò le braccia scoprendo la peluria bruna delle ascelle ed io percepii, per l’odore selvaggio, direi quasi maschile del suo corpo e per il modo di porsi di tutta la sua persona, un turbamento mai provato prima, una sorta di oscuro, inconfessabile desiderio.
Scendemmo a piano terra.
Da lontano un belato si mischiò al suono allegro di una fisarmonica, mentre una donna vestita di nero stava seduta immobile sull’uscio e i gatti s’erano addormentati al sole.
Qualcuno disse che si poteva andare tutti al mare ché la giornata era bellissima e starsene a non far niente era davvero un peccato.
Così scendemmo al mare, io, mio padre, l’Armando, le due figlie e altri ragazzi che si unirono alla nostra compagnia spontaneamente e che strada facendo si scambiavano occhiate maliziose, parole d’intesa e risate.
C’era un accenno di vento, che muoveva le canne con un leggero lamento.
Gli zoccoli delle ragazze battevano sui gradini di pietra rovente del sentiero in discesa.
L’odore aspro della salsedine si univa al profumo dell’inula, che a mazzi cespugliosi costeggiava la strada.
Si udiva, dal basso, il respiro profondo del mare.
Arrivati sulla spiaggia, la trovammo deserta.
Ci spogliammo velocemente, buttando i vestiti sui sassi, poi corremmo verso le onde… A sera ci trovammo tutti nel cortile.
-Devo andar via.
Parto domattina per l’America-, disse l’uomo della fisarmonica, dopo aver suonato tutta la sera e dopo che i contadini, sfiniti dal ballo, s’erano seduti sulle sedie di paglia a chiacchierare, bevendo un buon bicchiere di vino.
Si stava già allontanando, dandoci le spalle, quando -Buona fortuna…- gli sussurrai, provando un inspiegabile dolore al pensiero che non l’avrei più rivisto.
Ma lui non mi badò e andò via.
Mio padre, invece, si voltò a guardarmi e sorrise.
Liliana Veri Ventimiglia 1 marzo 2014 Riveduta 25 settembre 2016

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