la guida alpina

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GUIDA ALPINA Dovete sapere che fra i tanti sport che ho praticato, c’è anche quello dell’alpinismo, che mi è scaturito fin dalla più tenera età, quando i miei nonni mi portavano con loro tutti gli anni per un mese intero in montagna.
Guardare quei panorami bellissimi, quelle cime erose dai secoli, quei camminamenti dove migliaia di giovani erano morti per difendere una roccia, mi avevano da sempre affascinato.
Per di più la bellezza della montagna è che ad ogni curva che imbocchi ti si presenta un panorama diverso e sempre mozzafiato, fra laghi, baite, rocce che diventano rosse se baciate dal sole, perso fra quelle immensità, capii che quello era o sarebbe stato il mio sport.
Scalare montagne, abbandonare i sentieri comodi, saltare di vetta in vetta come uno stambecco sarebbe stato e così fu il mio modo di vivere nel tempo libero.
Una volta raggiunta la maggiore età, mi iscrissi tramite il Cai al centro reclutamento guide alpine e frequentai un corso lungo anni e duro quanto le avventure di Rambo, sempre sotto con corsi di aggiornamento, tecniche di sopravvivenza, orientamento al buio fra nevi perenni e ghiacciai, speleologia, navigazione a corpo libero di fiumi in gallerie sotterranee e via dicendo, tanto che se fossimo andati in pochi uomini in guerra così addestrati credo che avremmo vinto.
Così sono passati i 10 anni più belli della mia vita, trascorsi tra una spedizione ed un diploma e quando non ci furono più spedizioni fa fare o brevetti da conseguire, arrivai finalmente al tanto sognato traguardo di giuda alpina di massimo livello.
Per rifinire la mia formazione professionale, trascorsi alcune estati a scalare le più alte montagne del mondo, giusto per abituarmi alla mancanza di ossigeno e anche per vedere altre tecniche di arrampicata e scalata.
Dormii per notti intere in parete, appeso in verticale o steso in orizzontale, sbattuto contro la roccia da venti fortissimi.
Cucinare ed accendere fuochi con temperature polari, lavarsi, cambiarsi gli abiti, andare in bagno.
Tutto era talmente estremo che nemmeno in tv si vedono documentari così crudi.
Al mio ritorno in Italia vengo contattato dal centro alpino guide italiane specializzate (in tutto) il quale mi chiede se sono disposto a fare da guida ad un gruppo di persone per una settimana per un giro dolomitico di media difficoltà.
D’altra parte al mio primo incarico non potevo chiedere di meglio ed accettai senza indugio alcuno, senza nemmeno discutere sul compenso che non era nemmeno male.
Mi feci dare la lista dei partecipanti ed iniziai a chiamare per accordarci.
In pochi giorni misi assieme una squadra di cinque persone che, dopo aver-ne testate le qualità e le esperienze, dichiarai idonee per la missione.
Tutti i componenti per fortuna erano italiani ed avevano già molte ore di scalata sulle spalle e sapevano anche che i miei e loro sacrifici sarebbero stati ricompensati dalla meraviglia dello spettacolo che ci apprestavamo a percorrere.
La partenza era fissata a DOBBIACO, dove avremmo preso una funivia che ci avrebbe portato in quota, poi di lì a BRESSANONE tutta sul crinale più alto fino ad arrivare come prima tappa a VIPITENO.
Una marcia che fra arrampicate abbastanza semplici, camminate, soste varie, ci avrebbe portato via tutta la giornata, tenuto conto che anche in estate le tenebre arrivano con solerzia.
Arrivammo stremati al rifugio predestinato e non vi dico la mia emozione nel vedere con quanta bravura e fermezza avessi guidato il gruppo, ora con parole dolci e piene di sensibilità, ora con durezza come un vecchio marines.
Insomma un po’di bastone e di carota, ma per il morale è indispensabile.
Il programma prevedeva, la mattina dopo, di partire all’alba e di incamminarci verso le Dolomiti del Brenta, tragitto che avevo calcolato ci portasse via circa tre giorni ed un paio ancora per raggiungere i ghiacciai dello Stelvio, ridiscesa a valle e ritorno via strada al punto di partenza.
Qualcuno del gruppo manifestò il piacere dato che eravamo a VIPITENO e a pochi km dalle grotte di fare una breve sosta per visitare le gallerie delle miniere del posto, famose in tutto il mondo perché ancora perfettamente funzionanti come lo erano un secolo fa.
Dato che la cosa non avrebbe portato più via più qualche ora, ed essendo in leggero anticipo sulla tabella di marcia acconsentii con piacere, avendo così il modo di spiegare per benino ai compagni di viaggio tutto quello che riguardasse le miniere, conoscendole benissimo, essendomi rinchiuso volontariamente da solo per due mesi all’interno, per provare l’isolamento totale dal mondo e dalla civiltà.
Impresa che, compiuta in anni non tecnologica-mente evoluti come ora, mi valse una onorificenza dal capo della protezione civile, per essere il primo essere umano vivente a fare una simile cosa! Come tutti sapete le miniere sono delle gallerie che scendono direttamente nei pozzi i quali sono serviti da montacarichi per raggiungere la zona di scavo.
Misi la truppa in fila ed iniziammo a percorrere la galleria centrale, la quale ci portò davanti ad una serie di biforcazioni senza nessuna indicazione, ma se la memoria non mi tradiva, bisognava scendere a destra.
Continuammo a camminare e a scendere per circa un’ora, cosa che a qualcuno sembrò eccessiva (forse metteva in dubbio le mie qualità?) finché l’ultima fiaccola non ci abbandonò e dovemmo accendere le luce di emergenza dei caschi.
Un certo malumore ed incertezza iniziò a farsi largo, ma la mia padronanza ed il mio sangue freddo (freddo davvero, dato che là sotto si gelava) riportò un po’di serenità.
Finalmente arrivammo in un largo spiazzo, dove erano parcheggiati dei carrelli porta-carbone, ma ora usati solo per il trasporto dei turisti.
Con grande sollievo di tutti e in modo speciale mio, in-vitai i partecipanti a sedersi su un carrello e dato che c’era posto per tutti caricammo anche tutta la nostra roba.
L’aria iniziava ad essere un po’rarefatta, ma presto il giro sarebbe finito con arrivo diretto in superficie.
Quando fummo tutti pronti, tirai il freno posto dietro al carrello che iniziò lentamente a scivolare sulle rotaie in discesa e avvolti da un buio sempre crescente continuammo la nostra corsa, la quale metro dopo metro acquistava sempre più velocità, fino ad arrivare a percorrere le rotaie in modo tal-mente rapido, che fra urla, pianti, imprecazioni, mi sembrava di essere su uno di quei giochi mostruosi di Mirabilandia.
Non so nemmeno io per quanto tempo durammo a scendere e sebbene fossimo tutti paralizzati dal terrore, rimasi lucido quel tanto che bastava per ragionare e così iniziai con l’aiuto di altre mani a tirare il freno sganciato in precedenza, ma si andava talmente forte, che ne uscirono solo scintille.
Finalmente, dopo non so quanto di questa folle corsa, cominciammo a rallentare, ma di poco e mi accorsi che le rotaie stavano salendo.
Attesi ancora un poco prima di dare l’ordine di saltare giù, ma la velocità non cambiava e per non romperci l’osso del collo rimanemmo a bordo.
Ed ecco che quando meno te lo aspetti, come in tutte le cose, accadde l’imprevedibile, terrificante e maligno come in un incubo.
Il binario era improvvisamente terminato e a pochi metri da noi c’era solamente una sbarra di ferro messa di traverso per evitare che la corsa del carrello continuasse.
Tale era ancora la velocità, in più con l’aggiunta del nostro peso compresi armi e bagagli, che in un colpo secco e roboante come quando si sente di notte il rombo del terremoto, sfondammo come se fosse burro la traversa di ferro e piombammo dentro un imbuto a forma di cono, a corpo libero, sbattendo ovunque, tanto che ormai sicuri di andare incontro a morte certa nessuno fiatava più.
Si sentiva solo qualcuno più sotto di me che chiamava la mamma, chi pregava la madonna protettrice dei viandanti, chi invece ed era la maggioranza mi mandava tutti gli improperi possibili.
Fu così che i nostri corpi dopo una caduta libera di circa un km furono proiettati ed immersi in un lago alpino per nostra fortuna molto profondo, il quale in parte attutì i danni fisici della rovinosa scivolata.
Una volta ripresomi ero sicuro che tutti, ma proprio tutti, si fossero incazzati con me come delle iene, anche se in fondo non ne vedevo il motivo più di tanto.
Infatti, quando furono tutti recuperati ed adagiati sulle sponde del lago e dopo avere contato i danni che in fondo potevano essere ben più gravi, rovesciarono, quelli che ancora avevano un po’di energia, su di me oltre che ogni tipo di vituperio, anche una nutrita gragnola di colpi vari.
Ormai il danno era fatto e proposi agli astanti una tregua ed una pausa di riflessione per capire come uscire da un impasse così grave ed inaspettato.
Alla fine partii per un giro di ispezione del lago e al mio ritorno comunicai la decisione che avevo preso perché fosse considerata e messa ai voti.
Dato che dalla parte superiore del lago, filtrava una debole luce, proposi di spogliarmi tutto (affrontare le acque gelide di un lago alpino per me con il mio addestramento) sarebbe stata una bazzecola, e di legarmi attorno alla vita una di quelle funi che usiamo per le arrampicate, immergermi ed uscire dalla parte opposta dove di certo ci sarebbe stata un’uscita che ci avrebbe portato da una qualche parte.
Noi nel frattempo che cosa facciamo, mi chiesero quasi all’unisono? Voi fate scorrere la corda e quando sentite il primo strappo, iniziate a legare, sacchi, tende, cibarie e tutto quello che abbiamo potuto recuperare.
Di una cosa mi raccomando: avvolgete per bene in buste di plastica le pile di riserva, altrimenti rischiamo di rimanere al buio e una volta legato l’ultimo sacco di masserizie, uno alla volta, immergetevi e seguite la fune fino ad arrivare da me, intesi? Ok, intesi.
Mi tuffai e con gesti plastici nuotai fino alla riva opposta e quando fui vicino alla luce che ne filtrava, forte dell’esperienza fatta sulle vette di ottomila metri senza ossigeno, sparii completamente dalla vista dei miei compagni e rilasciando un poco di ossigeno alla volta, dopo un tempo interminabile, arrivai all’inizio del tunnel di luce.
La delusione fu immensa quando mi accorsi che invece di essere uscito all’aperto, ero rimasto intrappolato in un’altra galleria.
La disperazione fu tale che mi presi i capelli fra le mani ed iniziai non visto da nessuno a piangere come non avevo mai fatto in vita mia, certo del fatto che da li ormai non saremmo più usciti.
Anche se come era probabile dalla base avessero lanciato un allarme di certo ci avrebbero cercato sulle montagne, nei crepacci, nei canaloni, ma mai sottoterra.
Una volta vinto lo sconforto, mi ripresi 46 in fretta ed avvertii per la prima volta una gran fame e la voglia di un caffè, ma le mie tecniche di sopravvivenza al nulla ebbero la meglio e tutto passò.
Iniziai a tirare la fune e man mano che i bagagli comparivano li ammucchiavo sul lato più alto della galleria.
Dopo l’arrivo dell’ultimo pezzo, iniziarono a sbucare dall’acqua a cadenza regolare le teste dei miei compagni di sventura, che appena mi videro e si resero conto della situazione, furono colti da crisi di isteria collettiva, portata alla disperazione più pura.
Quando fui in grado di fare ritornare la calma almeno apparentemente, la prima cosa che proposi fu quella di rifocillarci, dato che non mettevano nulla sotto i denti da non so quanto.
Una volta rifocillati la situazione migliorò nettamente, tanto da permetterci di elaborare un piano.
Dopo una breve ispezione dell’anfratto ci rendemmo conto che non c’era altra possibilità di movimento se non quella di camminare lungo il cunicolo.
Il mio altimetro indicava una profondità di circa 150 metri costanti con ossigeno che consentiva solo respiri brevi.
Ci caricammo il tutto in spalla ed iniziammo con passo malfermo e traballante il percorso lungo la galleria che dopo poco si alzò di livello e ci permise di camminare eretti.
Dopo circa 15 ore di marcia, ci fermammo in uno spiazzo parzialmente asciutto e sfiniti ci gettammo a terra così come eravamo e ci addormentammo di colpo.
Un sonno ristoratore che per dieci ore non ci fece vedere i fantasmi della paura e ci tenne lontano come in un caldo abbraccio, da caverne, laghi, pipistrelli, salamandre ed altri animali quasi preistorici che incontrammo durante in nostro cammino e su cui non mi voglio soffermare.
Riprendemmo la marcia con rinnovato vigore, mangiando con parsimonia qualcosa, e infusi in tutti loro l’idea che la speranza e la fortuna non ci avrebbero abbandonato, raccontando loro le mie avventure sulle vette del mondo per tenerli occupati e in seguito iniziammo a parlare di noi, racconta-to della nostra vita, delle nostre famiglie, del nostro lavoro, delle nostre speranze e della nostre delusioni.
Si formò così quello spirito di cameratismo come quando fai il militare, dove fai delle amicizie che incredibilmente, anche se non ci si vedrà mai più, rimangono indelebili per tutta la vita.
Così fu che parlando, mangiando, ridendo e soffrendo molto, di tutto e di più, dal freddo alla fame, dalla umidità che penetrava ovunque, al buio come se vivessimo costantemente nella notte, che dopo venti e dico venti giorni di sepoltura ininterrotta, io che aprivo la fila, scivolai su una lastra di ghiaccio seguito da tutti gli altri, prendendo come in una pista olimpionica di bob, una velocità esagerata, che a confronto quella del carrello del carbone era niente, facendo curve a destra, sinistra, come se nulla fosse più piacevole e fu così che dopo una scivolata di non so quanti km, questo scivolo di ghiaccio ci catapultò, gettandoci dall’alto verso il basso, in un altro laghetto, molto più piccolo del primo e con acqua molto più calda.
Quando fummo atterrati tutti, uscimmo dall’acqua e lo stupore e la bellezza che vedemmo fu di una tale intensità che ci fece piangere come bambini.
Anche se non sapevano dove fossimo, cominciammo ad abbracciarci e darci gran pacche sulla schiena, poi ci sedemmo e trovammo dentro di noi quella pace che si prova solamente o se si è sotto anestesia o oppure penso, in paradiso.
Guardammo non so per quante ore estasiati la bellezza di quelle stalattiti e stalagmiti bianche come il latte, che il tempo e il calcio goccia dopo goccia in miliardi di anni avevano creato.
Poi caverne, laghetti (di quelli ne avevamo avuto abbastanza) e più si andava avanti e più si aprivano nuove gallerie con un bianco cangiante da fare male alla vista.
Ma un’altra cosa che ci colpì fu l’immensa altezza di questa grotte difficile perfino ad uno come me fare delle stime e delle misure.
Finito il buffet di allegria e tutto quanto descritto, dovevamo trovare il modo di uscire da quel posto, che si rivelò dopo un attento controllo sigilla-to in ogni sua parte e la certezza di essere i primi esseri viventi a mettere piede e purtroppo anche a violare una così verginale bellezza, ancora una volta ci riempì di grande commozione.
Il problema della risalita fu relativamente semplice.
Infatti, scrutando col mio binocolo a raggi infrarossi, intravidi in cima alla cupola maggiore una apertura grande come la bocca di un pozzo.
Dato che per grazia ricevuta avevamo ancora gli attrezzi da alpinismo, mi passai attorno alle spalle il rotolo più lungo di corda che avevamo, in cintura avevo ganci e chiodi da montagna, martello e carrucole varie.
La scalata durò esattamente cinque ore, due ore per uscire dal pozzo ed altre cinque per issare su gli altri.
Infine recuperai la corda che avevo usato per l’operazione e mi accorsi che ne avevo usato ben 200 metri, quindi un abisso enorme e come sapemmo molto dopo aveva anche una lunghezza di 180 metri per 120 di larghezza ed un volume, la sola stanza dalla quale eravamo risaliti aveva una capacità di 2 metri cubi ed infine il percorso totale delle grotte più grandi d’Europa è di circa 30 km.
Il giorno della scoperta e della nostra uscita da sotto terra fu il 27 settembre mille novecentosettantuno.
Come avrete già capito avevamo scoperto le famose, uniche, impareggiabili GROTTE DI FRASSASSI nel comune di Genga, provincia di Ancona.
Eccoci arrivati.
Qui finisce la mia e nostra avventura sia di giuda alpina che per gli altri di scalatori della domenica, ma onore che ne deriva da suddetta scoperta è ancora vivo e immenso, nonostante quello che abbiamo passato noi, le nostre famiglie e CHI L’HA VISTO! A riprova di quanto detto se andate a visitare le grotte da noi scoperte, vi diranno che sono state avvistate da un gruppo di speleologi della zona, non credetegli.
La sola verità la avete appena letta.
E’ questa! A riprova di quanto detto quando entrerete nella mitica stanza testé de-scritta e chiamata grotta del vento, se alzate gli occhi al cielo, vicino al una lamina di alabastro che da sotto appare piccola e quasi invisibile e che invece è circa 30 metri di lunghezza dal soffitto, se guardate alla vostra sinistra vedrete che è stata posta una targa scolpita nella roccia di 50 metri x 25, dedicata a noi tutti che con la nostra avventura abbiamo contribuito a fare conoscere al mondo un’altra meraviglia made in ITALY!! Ravenna Sabato 25/07/2015

Leggi anche  Viaggio a Giungla di pietra - 2003

 

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Redazione LOPcom

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