Il Dominatore

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La carrozza sobbalzò violentemente, sorprendendomi mentre stavo per assopirmi.
Fui sbattuto contro la porta alla mia destra e solo il caso impedì che questa non si aprisse, facendomi cadere sulla strada.
-Scusate, sir- disse l’autista, in tono costernato.
-Non c’è problema- risposi.
Non c’era davvero.
Il viaggio era lungo ed ero molto stanco, ma non volevo dormire e quello scossone, dovuto probabilmente ad un sasso preso sotto la ruota, era esattamente ciò che mi serviva.
Il sonno era mio nemico, da quando erano iniziati i sogni che costituivano la ragione di quella mia gita.
Il dottor Edward Carter, illustre medico della psiche nonché mio vecchio amico, aveva accettato di buon grado di aiutarmi e mi aveva proposto di raggiungerlo alla sua villa nella periferia di Southampton.
Felice di quell’invito, avevo preparato il necessario per il trasferimento ed avevo ingaggiato un ragazzo perché mi accompagnasse.
I preparativi erano durati due giorni, ma da altri tre non dormivo per paura di precipitare negli incubi.
Ero stanco, provato.
Il ritmico movimento della carrozza non faceva che peggiorare la situazione.
Pregai di essere vicino alla meta, poiché non osavo pensare a ciò che sarebbe successo se fossi caduto addormentato in quel momento.
Qualche Dio dovette aver ascoltato le mie suppliche, perché dopo qualche minuto sentii che la mia vettura rallentava.
Il ragazzo ordinò ai cavalli di fermarsi e loro, obbedienti, seguirono il comando.
-Sir, siamo arrivati a destinazione- mi disse lui, aprendomi la porta con gentilezza.
Non riuscii a trattenere un sorriso.
-Grazie, Archibald- dissi, per correre subito dopo con la mano alla mia cintura.
Slegai un borsello contenente un discreto ammontare di sterline e lo soppesai.
Glielo porsi e i suoi occhi si illuminarono.
-Spero bastino a ripagarvi per il disturbo che vi ho arrecato.- -C-certamente, sir.
Grazie, sir.- rispose lui imbarazzato.
Probabilmente non aveva mai visto tanti soldi tutti assieme.
Lo salutai calorosamente, assicurandogli che gli avrei offerto una buona birra non appena l’avessi rivisto a Bournemouth.
Lui si inchinò e saltò di nuovo al posto di guida, per girare la carrozza e tornare indietro.
Il maggiordomo del mio amico Edward, un uomo sulla sessantina, impeccabile nel modo di fare e nell’abbigliamento, mi vide dal fondo del selciato che collegava la villa al cancello di ingresso.
Mi stava aspettando, e venne verso di me per aprirmi.
Nel breve lasso di tempo a mia disposizione, mi concessi uno sguardo interessato alla grande villa, che svettava alla luce della sera come un presagio di sventura.
Solo poche finestre erano illuminate.
Riconobbi, richiamando alla mente la mia precedente visita, risalente ormai a quattro anni prima, quelle della cucina, della sala da pranzo e quella, al secondo piano, dello studio del mio conoscente.
Sicuramente era immerso nei suoi studi, come sempre, mentre i domestici preparavano la cena per lui e per me.
-Sir Davenport- mi salutò il maggiordomo.
Come al solito, non scorsi alcuna emozione in quegli occhi duri ed impassibili.
-Buonasera, George.- -Sir Carter le manda il suo miglior benvenuto e la prega di raggiungerlo nello studio non appena possibile.- -Molto bene.- Mi feci guidare verso il monumentale ingresso, dai lati del quale due figure angeliche, scolpite nella pietra, mi fissavano.
Quello di sinistra sembrava puntare la sua spada verso di me, mentre lo scudo dell’altro pareva ripararlo dalla mia vista.
Era un effetto strano, certo amplificato dal mancato riposo.
Lasciai il mio leggero bagaglio a George e cominciai a salire le scale.
Edward Carter era un uomo intelligente e sempre alla ricerca di nuova conoscenza.
Non passava giorno senza che chinasse il capo sui suoi pesanti volumi intrisi di nozioni, dimenticandosi non raramente di alzarlo per andare a mangiare.
Ricordai con un sorriso la faccia rubizza del maggiordomo quando, quattro anni prima, dovette chiamarlo per tre volte prima che lui si degnasse di presentarsi a tavola.
Non era per maleducazione, naturalmente.
Era semplicemente troppo immerso nel suo mondo.
Quella sera, però, sembrava più attento a ciò che gli accadeva intorno.
Non appena aprii la porta dello studio aguzzò la vista sotto gli spessi occhiali per controllare chi fosse entrato.
-Santo cielo, Alan! Che aspetto terribile hai!- Non mi stupii per nulla del suo essere così diretto.
Era una delle sue peculiarità, e forse quella che più apprezzavo in lui.
Da un uomo così schietto uno poteva aspettarsi solo il meglio.
Dovette interpretare il mio silenzio come un rimprovero, perché subito si grattò la fitta barba rossa e aggiunse: -Scusa, amico.
Solo che…- -No, no- lo interruppi -Non ti devi scusare, caro Edward.
Hai detto solamente la verità, come fai sempre.- Lui sorrise, sollevato, e mi venne incontro per stringermi la mano.
Parlammo del più e del meno per qualche tempo.
Mi mostrò alcuni tomi che aveva recuperato di recente nella libreria di Londra dove, una volta al mese, amava rifornirsi.
Erano libri che trattavano degli argomenti più disparati, dalla medicina alla poesia, dalla psicologia all’astronomia.
Come sempre, la sua prolissità fu quasi ipnotica e non riuscii a staccare gli occhi da lui nemmeno per un istante, ascoltando ogni sua parola.
Quei nostri discorsi leggeri continuarono anche per tutta la durata dell’ottima cena che il mio amico mi offrì.
Nessuno dei due, a tavola, toccò il vino che era stato portato; lui voleva essere nel pieno della sua concentrazione e io temevo che, bevendo o mangiando troppo, potessi non riuscire a stare sveglio.
Dopo circa un’ora dalla cena, Carter tolse la maschera da amico ed indossò quella di analista.
Mi fece accomodare ad un tavolo nel suo ambulatorio e intinse una penna d’oca nel calamaio.
Si aggiustò gli occhiali e cominciò a farmi domande, mentre scriveva su alcune pergamene.
-Dunque, Alan- cominciò -Adesso ho bisogno che tu mi dica tutto.
Questi sogni: quando sono cominciati? E soprattutto, qual è il loro oggetto?- Per me, richiamare alla mente i terribili scenari che la mia mente mi aveva suggerito solo qualche giorno prima nel sonno fu traumatico quasi come viverli.
Con voce rotta e mani tremanti, spiegai ad Edward che il primo sogno lo avevo avuto dieci giorni prima, dopo essere tornato da una serata in un pub.
L’avevo, come è logico pensare, attribuito alla troppa birra.
Ma il giorno successivo era tornato, pressoché identico.
E quello dopo, ancora.
Il mondo in cui vagavo durante la notte era molto diverso dalla realtà cui ero abituato.
Non un elemento poteva ricordare la mia città, la mia terra.
Mi trovavo in un luogo alieno, contorto, corrotto.
Immense vallate di terra rossa, pulsante, come viva, lungo le quali si stagliavano alberi più simili a mani protese verso il cielo che a piante vere e proprie.
I loro rami si agitavano mossi da un vento inesistente e sembravano le dita tremanti di un vecchio o di un malato.
E l’atmosfera, oh!, l’atmosfera.
La sensazione che qualcosa mi stringesse il petto e la gola era costante, non mi lasciava mai.
Avevo idea che quegli artigli invisibili potessero trattenermi all’interno del sogno per sempre, se avessi indugiato troppo a lungo in quel luogo.
E allora correvo, correvo, fino a farmi scoppiare il cuore.
E qualcosa mi seguiva, sempre.
Lo sentivo dietro di me, ma non avevo il coraggio di voltarmi a guardare.
Ero consapevole che l’orrore sarebbe stato troppo grande.
Edward mi ascoltò attentamente e, quando ebbi terminato il racconto, aveva riempito cinque fogli di pergamena con scritte e disegni.
La sua abilità nel riprodurre le immagini era incredibile e trasalii quando vidi le perfette rappresentazioni del mondo che gli avevo descritto.
Distolsi lo sguardo, ma scelsi di non parlare, per lasciarlo concentrare sulle informazioni che aveva raccolto.
Edward era fatto così.
Dopo che aveva ascoltato un caso clinico poteva smettere di parlare per diverse ore.
Una delle prime volte che gli avevo chiesto aiuto si era addirittura alzato, abbandonando la stanza per riapparire solo il mattino dopo.
Quella volta, però, il fato fu clemente con me.
Dopo nemmeno dieci minuti alzò lo sguardo per incontrare il mio.
-Forse ho capito- disse.
Il mio cuore balzò in petto, mentre la luce della lanterna appoggiata su una mensola poco lontano tremolava per un soffio di vento proveniente dall’esterno, quasi a sottolineare la gravità di quella situazione.
-Dimmi, Edward- lo esortai impaziente -cos’è che mi affligge?- -Lo saprai domattina-.
Non nascosi la delusione.
-Domattina? Ma…- -Sì, Alan- mi interruppe -Penso di aver capito cosa ti succede, ma è talmente incredibile che ho bisogno di consultare alcuni libri prima di darti una risposta definitiva.- -Incredibile?- -Incredibile.
Assurdo.
Inaspettato.
Se vuoi posso ricercare tutti i sinonimi della parola, ma il concetto non cambia.
Caro Alan- e qui si alzò -se quello che penso io è vero il tuo caso è più unico che raro.
E non sarà semplice guarirti.- Detto questo, lasciò la stanza e me da solo.
Per un tempo che non riesco a precisare rimasi come imbambolato, fermo a guardare il tavolo dove prima erano appoggiati i fogli scritti dal mio amico.
Non riuscivo a capire cosa intendesse.
Non osavo immaginare quale malattia avesse colpito la mia mente.
Cominciai, spinto dal nervoso, a mordicchiare le unghie della mia mano destra.
Continuai fino a che un dolore acuto mi richiamò alla realtà.
Avevo lacerato, sovrappensiero, la carne del mio dito indice e il sangue cadeva a gocce sul pavimento.
Coprii la ferita con il mio fazzoletto e premetti forte per tamponare.
Mi dispiaceva per il bel parquet del mio amico, quindi chiamai una domestica per far pulire la macchia da me lasciata.
Dopo averle indicato la zona interessata ed averle assicurato che stavo bene, mi ritirai nella stanza degli ospiti dove avrei atteso il mattino trepidante.
Tutto sommato, pensai prima di chiudere la porta alle mie spalle, il fatto che Edward mi avesse tenuto sulle spine non era così male, per uno che non deve addormentarsi.
L’alba mi sorprese a piangere.
Ero disperato e stanco.
Non ce la facevo più.
Un rapido sguardo al grande specchio appoggiato alla parete di fronte al letto rivelò un uomo che non conoscevo.
Avevo un aspetto spaventoso, trasandato.
Gli occhi rossi di pianto e stanchezza.
Le mani tremanti, la barba non curata.
Per un attimo pensai di rompere quello specchio, ma mi fermai appena in tempo capendo che si trattava di una stupidaggine.
Decisi, invece, di coprirlo con un lenzuolo.
Non volevo vedere il mio riflesso fino a quando le cose non si sarebbero sistemate.
Se mai si sarebbero sistemate.
Trovai Edward nel corridoio con un a pesante borsa e mi disse che stava proprio per venirmi a cercare.
Senza perdere tempo, mi invitò nello stesso studio della sera precedente.
Camminammo in silenzio fino alla stanza e a volte il mio amico mi sorreggeva per impedirmi di cadere.
Mi fece accomodare sulla poltrona e mi guardò serio.
-Prima di spiegarti cosa ho compreso questa notte, leggendo un particolare libro- cominciò, e solo allora notai che anche il suo era lo sguardo di chi non aveva dormito -voglio domandarti una cosa.
E’ successo qualcosa di particolare prima che iniziassero i sogni? Hai fatto qualcosa, conosciuto qualche persona?- -Io…- stavo per dire che non era così, ma improvvisamente ricordai un particolare che la stanchezza aveva rimosso dalla mia mente -Effettivamente ho conosciuto una persona.
In un pub, la sera prima di fare il primo sogno.- -Chi era? Cos’ha fatto?- -Era un uomo sulla trentina- spiegai -con un forte accento scozzese.
Non ricordo altro.
Non chiedermi del suo aspetto, poiché quel poco che avevo riconosciuto al tempo è stato completamente cancellato dalla mancanza di sonno.
Per quanto riguarda le sue azioni, beh, mi ha offerto una birra.- -E tu hai accettato, naturalmente.- -Naturalmente- un tempo avrei sorriso, perché sapevo che Edward mi considerava un bevitore accanito e spesso scherzava su quel fatto.
In quel momento, però, non ne ebbi la forza.
-Molto bene- disse -Tutto combacia.- -Dimmi, Edward.
Non tenermi ancora sulle spine, perché non potrei sopportarlo.- Il mio amico annuì lentamente e rivelò il contenuto della sua borsa.
Un piccolo involucro e un trattato intitolato “Dei Misteri degli Altri Mondi e delle Creature Esterne”.
Lo aprì dove aveva lasciato un segnalibro.
Mi squadrò attentamente e poi scosse il capo.
-Non sei in grado di leggere, evidentemente- disse -Perciò ti spiegherò io tutto.- Si schiarì la voce, poi cominciò.
-L’uomo che hai conosciuto era senza dubbio un criminale, perché con quella birra che ti ha offerto ti ha inferto un colpo che oserei dire mortale.
Ha messo, infatti, una polvere particolare nel tuo boccale.
Questo è l’anello della catena che mi mancava fino a stamattina.
La polvere- e indicò una frase sottolineata sul libro -è il risultato finale degli esperimenti degli alchimisti del passato e serve per aprire le porte della mente.
Porte verso altri mondi.- -Vuoi dire che i miei sogni non sono davvero sogni?- teorizzai.
-Esattamente.
Nei tuoi sogni, mio caro Alan, visiti un Altro Mondo, così sono chiamati i piani di esistenza alternativi.
Un mondo in cui risiede- voltò pagina e indicò un grande simbolo al centro -Tza’rghul il Dominatore.- Il simbolo era composto di due linee incrociate come un addizione e quattro sfere di diversa grandezza poste nei quadranti.
Dalla più piccola alla più grande formavano una sequenza che partiva da quello in alto a sinistra e arrivava a quello subito sotto.
-Ti farei leggere volentieri la lunga descrizione, ma chiaramente non ne sei in grado- riprese Carter dopo una breve pausa -Ti basti sapere che Tza’rghul è un essere orrendo e crudele, che ha mire di conquista verso qualunque altro piano di esistenza.
Attraverso la porta della tua mente, vuole giungere in questo mondo e dominarlo.
Lasciandoti artigliare dal sogno, cosa che tu hai accuratamente evitato di fare, lasceresti libero il passaggio.- -Ma perché?- domandai, atterrito.
La mia mente razionale si rifiutava di credere a quelle cose, ma dall’altra parte sapevo di potermi fidare.
C’era del vero in quello che diceva Edward, la sensazione di trovarmi davvero da qualche altra parte era dominante nei miei terribili incubi.
-Perché proprio io?- -A questo non posso rispondere, ma penso di poterti aiutare a risolvere questa situazione.
Poi potremo pensare al resto.- -Aiutami, dunque.
Dimmi cosa devo fare.- -Dormi.- -Dormi? Ma se hai detto che rischierei di far passare questa Creatura nel nostro mondo.- -Sì, è così- prese quindi il piccolo involucro, da cui estrasse delle erbe che non conoscevo.
Me le mostrò -Ma non se usiamo queste.
Sono erbe che aumentano la concentrazione.
Una sorta di droga, se vogliamo.
Le brucerò in un incensiere e ti aiuteranno a rimanere lucido durante il sogno.
Ti daranno la forza di combattere.
Dovrai respingere Tza’rghul.
Solo così sarai libero.- Rimasi in silenzio, soppesando le possibilità che avevo.
Sembrava tutta una follia.
Come avrei potuto respingere un mostro come quello che mi aveva descritto Edward? Eppure era l’unica via d’uscita.
Volevo essere libero e non c’era altro modo che quello.
-Va bene, facciamolo.- Corro.
Ho paura.
Gli alberi si protendono verso di me.
Vogliono afferrarmi con le loro dita scheletriche, intrappolarmi.
La terra rossa pulsa sotto i miei piedi.
Come un gigantesco cuore di tenebra.
Dietro di me sento la sua presenza.
Tza’rghul il Dominatore.
Mi cerca, mi vuole.
Deve uccidermi per poter entrare nel mio mondo.
Il battito del mio cuore accelera e si fonde con quello dello strano universo in cui mi trovo.
Respiro affannosamente.
Devo girarmi, devo affrontare l’orrore.
Non ce la faccio.
E’ sempre più vicino.
No.
So che protende una mano verso di me.
NO! Davanti a me, improvvisamente, appare Edward.
Ha il profumo delle erbe che mi ha mostrato a casa sua.
La sua vista mi dona forza.
Forse è questo l’effetto che sperava di ottenere.
Mi volto e guardo Tza’rghul per la prima volta.
Per un attimo il cuore si ferma.
E’ un concentrato di terrore indefinito.
Ai miei occhi appare come una nube oscura all’interno della quale riesco solo ad intuire alcune forme.
Forme che sembrano uscire direttamente dalle mie più recondite paure.
E’ come se tutti i traumi della mia vita si fossero presentati davanti ai miei occhi nello stesso momento.
Non credo di farcela.
Eppure, lui si ferma.
Forse non si aspettava una reazione da parte mia.
Deglutendo, faccio un passo avanti.
Un altro passo.
Al terzo passo penso di aver vinto, vedendo come lui indietreggia.
Eppure succede qualcosa di inaspettato.
Mi sento afferrare da dietro.
Qualcosa mi blocca le spalle con forza.
In un attimo realizzo e spalanco la bocca per l’orrore.
-Edward!- grido con la voce della mente.
In quello strano mondo non c’è trasmissione di suono.
Cerco di divincolarmi, ma è troppo forte.
-Perché fai questo?- domando.
-Non hai ancora capito?- mi risponde lui.
Io ho capito, certo, ma voglio sentirlo da lui.
-Sono io che ho organizzato tutto- comincia, mentre Tza’rghul avanza piano verso di me -Io ho pagato quello scozzese per infettarti i sogni, sicuro che saresti venuto da me per farti curare.
Cadendo nella mia trappola.- -Ma perché? Cosa cerchi?- altri strattoni, inutilmente.
-Cerco lui- indica il mostro sempre più vicino -Ho comprato quel libro qualche settimana fa e non ho potuto fare a meno di notare i vantaggi che avrebbe la presenza di Tza’rghul nel mondo.
Pensaci.
Un dominatore unico, un imperatore a cui tutti dovrebbero inchinarsi.
E io al suo fianco.- -Sei FOLLE!- sbraito -Cosa ti fa pensare di poter stare al suo fianco, maledetto? Dominerà anche te, come tutti gli altri!- -No! Perché io sarò quello che lo ha liberato!- La creatura maligna è ormai a due passi da me.
-Maledetto Edward! Hai tradito la mia fiducia, hai tradito il mondo in cui vivi per questa COSA!- -Non ho tradito nessuno.
Tu sei un sacrificio per un mondo migliore.- La mano, o quella che sembra essere una mano, di Tza’rghul si allunga verso il mio viso.
Strattono un’ultima, disperata, volta con forza e, incredibilmente, riesco a liberarmi dalla presa di Edward.
Schivo il colpo del mostro e guardo il mio ex-amico.
Ha un’espressione dubbiosa sul volto, forse le mie parole sono riuscite a scalfire la sua convinzione, offrendomi quella piccola finestra di salvezza.
Tza’rghul grida e tutto intorno il mondo trema.
Mi concentro.
Devo respingerlo.
Ora o mai più.
Grido anche io e, pian piano, riesco ad udire la mia voce.
La nube oscura comincia a dissolversi.
Il mio urlo si fece concreto, come il mondo attorno a me.
Ero di nuovo sveglio, completamente cosciente.
Ce l’avevo fatta, avevo vinto la mia battaglia.
Guardai Edward con odio, mentre lui, chiaramente, non sapeva come comportarsi.
Non volevo spiegazioni.
Volevo vendetta.
Senza pensarci presi l’incensiere dentro il quale ancora bruciavano le erbe da lui usate per raggiungermi in sogno.
Lo battei con forza sul suo volto, mandandolo a terra.
Preso da una furia incontrollabile mi lanciai su di lui e cominciai a frustarlo con il pesante oggetto metallico.
Dopo qualche colpo, il suo corpo rimase immobile.
Lasciai cadere l’arma del delitto e ansimai violentemente, cercando di riprendermi.
Dal corridoio giunsero le grida e i passi veloci dei domestici che avevano sentito tutto.
*** Nessuno mi ha creduto.
Sono stato bollato, come era logico aspettarsi, come un assassino psicopatico, che ha ucciso il suo amico in un raptus di follia dettato dal mancato sonno.
Per così tanti anni mi sono sentito ripetere che era tutta un’illusione, al punto che quasi me ne sono convinto anch’io.
Guardo attraverso lo spioncino della mia cella.
Osservo l’inserviente del manicomio criminale in cui sono internato che se ne va, chiudendo la pesante porta del corridoio alle sue spalle.
Cala il buio e le mie paure cominciano nuovamente a tormentarmi.
Mi rannicchio in me stesso per un attimo, poi mi alzo facendomi coraggio.
E’ ora di finirla.
Non posso continuare così.
Assicuro le lenzuola alle sbarre e formo un cappio.
Mentre salgo sullo sgabello ripenso a tutto ciò che è successo.
Mi chiedo cosa fosse vero e cosa non lo fosse, ma non riesco a darmi una risposta.
La troverò dove sto per andare?

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