quando scappai dal campo di concentramento.

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QUANDO SCAPPAI DAL CAMPO DI CONCENTRAMENTO Durante la Seconda Guerra Mondiale, fui catturato dagli inglesi in Africa dove stavo combattendo, e rinchiuso in un campo di concentramento, e se non mi avessero preso, assieme ad un manipolo di commilitoni, rischiavamo da soli di vincere la guerra! Avevamo inflitto da soli ai nemici perdite così pesanti che eravamo ricercati in tutto il Pianeta come gli esseri più pericolosi che ci fossero in circolazione.
Le nostre imprese, ma dovrei dire le mie, dato che comandavo quel manipolo di soldati, erano così straordinarie, che avevano una ripercussione mondiale, tanto che radio Londra, ogni sera dopo il coprifuoco, dedicava al nostro gruppo, un ricco ed enfatico profilo e non ci risparmiava elogi ed en-comi.
Dopo avere compiuto un’azione di sabotaggio con velocità e precisione chirurgica, ci ritiravano in nascondigli, che andavano dalle grotte ai laghi sotterranei, che un nostro compagno aveva scelto con cura ed attenzione.
Dopo esserci rifocillati e riposati, si dormiva un po’ facendo sì che l’adrenalina scendesse e poi preparavamo e studiavamo i particolari del prossimo colpo.
Purtroppo non tutte le ciambelle come si dice escono col buco e noi quella notte di buco ne avemmo davvero poco, dato che il nostro stratega delle ritirate ci aveva venduto al nemico! Così fu che nella missione successiva non ci trovammo davanti l’obiettivo prefisso, ma una mezza corazzata di inglesi e fummo così in meno che non si dica costretti ad alzare le mani ed arrenderci.
Iniziò così una lunga agonia, fatta di sole implacabile del deserto, di lavori forzati estenuanti, tanto da ridurci pelle ed ossa, (fortuna che con il tempo un po’di chili li ho ripresi) e non vi dico il patimento della sete a cosa ci portava.
Dopo sei mesi, quando i nostri aguzzini ci videro stremati e privi di ogni possibilità di fuga, allentarono la guardia, ma non sapevano ancora con quale mente diabolica (la mia) avessero a che fare.
Quello che mi salvò la vita fu l’osservazione.
Infatti, ero rimasto praticamente il solo sopravvissuto del mio manipolo di intrepidi temerari (morti tutti gli altri) e fu così che notai ogni volta che uscivo dal campo per dare sepoltura a qualcuno di loro, che dietro ad una collinetta c’era un piccolo laghetto di acqua dolce che sgorgava dal sottosuolo.
Allora mi distendevo a pancia sotto e stavo a guardare nemmeno io sapevo cosa.
Poi un giorno verso il tramonto notai che un grosso stormo di oche selvatiche arrivavano per abbeverarsi preparandosi così alla grande migrazione in Europa.
Queste cose le sapevo molto bene, essendo da civile anche un inviato per un mensile di natura nei posti più strani e di uccelli sapevo non tutto ma di più.
Seguii con attenzione il fenomeno e vidi che si ripeteva tutte le sere, con branchi così intensi da arrivare ad oscurare il tramonto del sole.
Allora mi venne un’idea che definire grandiosa è poco.
Iniziai a costruire una specie di trappola intrecciando rami di giunco che cercavo durante il giorno e alla sera intrecciavo, costruendo cosi una grande grata che riuscii poi a posizionare in maniera quasi verticale, sostenuta ai lati con due grossi rami legati tra loto con una fune che arrivava centralmente fino a me, fune molto lunga per non essere visto dalle prede.
La notte precedente non riuscii a chiudere occhio, sperando che la mia idea funzionasse e riuscissi una volta per tutte a lasciare quell’inferno di sabbia a paura, fame e disperazione.
Alcune ore prima del tramonto era già tutto montato e attendevo con disperata ansia l’arrivo delle oche che si presentarono come previsto puntuali e molte più del solito, dato che eravamo prossimi all’inizio della migrazione.
Quando planarono tutte e tutte si acquietarono con immensa trepidazione, sperando che tutto andasse bene, tirai la corda, da cui il famo-so detto, e tutte ma proprio tutte caddero nella trappola! Allora che me ne sarei fatto direte voi di tutte quelle oche? Come già detto possedendo una mente superiore avevo già previsto tutto.
In gran fretta slegai la lunga corda, presi le oche una alla volta e ne legai attorno alla vita un bel centinaio, in modo che fossero in grado di sollevarmi.
Una volta pronto lanciai un grande urlo e il branco di volatili iniziò spaventato al massimo ad alzarsi in cielo con me in mezzo iniziando così la loro migrazione in Europa.
Volare sopra il campo di concentramento fu un’emozione che non dimenticherò mai, sentirsi libero, senza paura con la certezza di tornare a casa! Volammo per giorni e notti intere ma alla fine riuscii ad avvistare l’Italia.
Come fare ora per scende vicino a casa senza rompermi l’osso del collo? Ancora una volta mi viene in soccorso la mia mente la quale mi fornisce una geniale idea! Man meno che vedevo la zone scelta, per non precipitare di botto, tiravo il collo ad una oca per volta in modo che l’atterraggio fu dolce e morbido, proprio come il ricordo di questa grande immensa impresa compiuta con intelligenza sotto gli occhi del nemico!! Ravenna 22/08/2016

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Redazione LOPcom

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