IPOTESI

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IPOTESI

C’è un sole tiepido e un cielo terso, primaverile. Ho sistemato il tavolino rotondo e la sedia sul balconcino esposto ad ovest. Sto seduta e leggo. Sento il tepore sulle braccia. La biancheria è asciutta, ma è ancora stesa e sventola leggermente.
Alla mia sinistra, un vicoletto mi separa da una casa di tre piani. Al secondo le persiane sono sempre accostate, anche se deve abitarci qualcuno. Immagino una famiglia giovane, perché ho sentito, poche volte a dire il vero, la voce di un uomo zittire un bambino che piange. Non ho mai sentito una voce femminile, tuttavia presumo che in quella casa ci sia anche la madre del bambino.
Il sole mi dà energia, mi carica di positività. Penso che andrò spesso sul balcone.

E’ da una settimana che puntualmente nelle prime ore del pomeriggio vado sul balcone e mi fermo a leggere per un’oretta.
Ma ho una sensazione fastidiosa. Mi sembra che, al di là della persiana chiusa, due occhi mi guardino. Sento l’imbarazzo per quegli quegli occhi, che vogliono, non visti, guardarmi.
Mi pare anche di aver sentito qualche volta, un bisbiglio, un “ah”, una specie di rimprovero diretto a me, come se qualcuno m’avesse colto in fallo e volesse farmelo notare.
Sono solo fantasie, mi dico.

Sto tornando a casa e nel tornare passo davanti alla casa misteriosa. C’è una giovane donna affacciata alla finestra del secondo piano. Sta buttando qualcosa di sotto, avvolto in un sacchetto di carta, forse delle chiavi, perché cadendo fanno un rumore metallico.
Un ragazzo, fermo su un motorino, guarda in su.
Sentendo i miei passi, si volta e si sfila il casco. Ha lo sguardo scuro e luminoso, la pelle ambrata.
Sì, sono io che ti guardo, sono proprio io, mi dicono i suoi occhi.
E ci leggo una sfida.

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Liliana Veri
Ventimiglia 27 aprile 2020

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