Maietti

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Maietti

Non era un drago. Si nascondeva nel gruppo, non se la sentiva di esporsi ed era un tipo calmo. Mai stato svelto con le ragazze. Sempre a distanza, anche troppa. Era rispettoso e civile, mai trasgressivo. Tutto questo nelle zone della bassa ferrarese non dava vantaggi, anzi il contrario. Dalle sue parti si diceva “non dà sapore al pane” di cose o persone scialbe, senza pregi particolari, piatte.
Alto, capelli bruni, corpo slanciato e occhi marrone chiaro. Poteva passare inosservato ma, guardandolo attentamente, si scopriva in lui una certa eleganza nelle movenze, nel camminare, che rivelavano anche un corpo abbastanza muscolato.
Un tipo con una buona forma fisica a “belloccio”. Viveva solo e non aveva relazioni sentimentali evidenti. Non era un bello da copertina, piuttosto una preda apparentemente piacevole e facile per chi andava al sodo. Lui non ne era consapevole anche se a trentanove anni anni avrebbe dovuto perlomeno fiutare qualcosa. Era un tipo insicuro. Si diceva attraesse le donne ma lui non poteva dirlo.
Non era un drago, appunto.
Brandolini Arles, detto Maietti, abitava in un piccolo appartamento in un paese della bassa ferrarese, al secondo e ultimo piano di una palazzina con tre appartamenti, uno per piano. L’appartamento era quello dei genitori in cui era nato e cresciuto. Radames e Ilde, questi i loro nomi, erano da qualche anno residenti in Portogallo. Non c’erano nipoti in vista, appena andati in pensione erano andati a godersi ciò che si erano persi da giovani. Zero IRPEF, zero nebbia, tanta sabbia e la corrente del golfo a scaldarli. Erano in affitto a Manta Rota, nell’Algarve, vicino al confine con la Spagna, a Huelva e all’Andalusia. Un’ottima base per brevi viaggi di piacere.
Maietti era diplomato con buoni voti all’istituto commerciale e aveva frequentato l’università. Non era un drago ma neanche uno scemo.
Il soprannome gli era stato messo quand’era alle medie da alcuni vecchietti che passavano i pomeriggi al campetto da calcio dietro alla chiesa. Guardavano i ragazzi giocare al pallone e si davano arie da allenatori perché da giovani, quando la Spal era in A, andavano qualche volta allo stadio, anzi alla “Spal”.
Maietti a calcio era scarso quindi finiva quasi sempre in porta. Molti anni prima nella Spal aveva giocato un portiere con quel cognome. Si diceva avesse parato un rigore a Suarez dell’Inter, una grande squadra vincente. Il portiere della Spal aveva il volto segnato dall’acne proprio come lui a quei tempi. Quel soprannome gli rimase addosso e tutti, al lavoro, al bar e in giro per il paese, lo chiamavano così.
Lavorava al consorzio agrario. Aveva il turno del pomeriggio. Si occupava del magazzino e guidava il carrello elevatore o la pala con cui caricava e scaricava i camion, consegnava materiali vari ai clienti che compravano al dettaglio o stava in negozio ad aiutare le commesse e i clienti. Era il factotum del consorzio e sapeva tutto sul suo funzionamento. Si riteneva fortunato ad aver trovato quel lavoro in tempi di crisi.
Dopo aver lasciato l’università, senza averla terminata, si era guardato attorno e non aveva trovato nulla di adeguato alle sue qualifiche scolastiche. L’istituto tecnico commerciale in cui si era diplomato aveva sfornato in quel decennio più disoccupati e sottoccupati di sempre e lui si adeguò.
Trovò un lavoro nella sua zona. Un lavoro che gli lasciava il tempo di dormire alla mattina, andare al bar alla sera e incontrare gente mentre era in servizio. Inoltre pensava fosse un’occupazione sicura. L’innovazione tecnologica e la conseguente meccanizzazione non lo avrebbero trovato impreparato. Con i computer se la cavava egregiamente e nel caso il consorzio agrario avesse innovato lui sarebbe stato pronto. Le sementi, i cereali e i fertilizzanti sarebbero stati ancora a lungo utilizzati dall’uomo, per non parlare di quanto necessario per coltivare l’orto.
Insomma si sentiva sicuro della sua posizione economica, certo non ambiziosa, ma inattaccabile.
Maietti era un abitudinario. Ogni mattina percorreva a piedi viale Garibaldi da casa sua fino al forno “Grano Duro”. Proseguiva poi per il Bar Giardino dove leggeva il giornale e prendeva il caffè. A volte faceva la spesa o altri acquisti, ma ogni giorno alle 12 era di nuovo a casa per pranzare e prepararsi al lavoro. Queste abitudini cambiavano per brevi periodi tre volte all’anno. I genitori tornavano a Natale, Pasqua e per la festa del paese a fine estate. Stavano a casa tutti insieme per otto o dieci giorni, massimo due settimane. Già dal terzo giorno in poi si ristabilivano le vecchie abitudini e ognuno faceva la sua vita indipendentemente dagli altri.
In ogni caso il forno era il passaggio, il fulcro delle sue giornate, era la sua “tappa” obbligata. Precisamente la panchina dall’altro lato della strada, davanti alla finestra “della Zaìra”, sua coetanea e moglie del fornaio, che abitava sopra alla rivendita.
“La Zaìra” era stata sua compagna di classe a ragioneria e lui ne era da sempre invaghito.
A scuola andavano bene entrambi, avevano sedici o diciassette anni e Maietti la trattava come una bambola bambina e amica. Le piaceva e la temeva. Si sentiva impreparato all’amore ma lo desiderava e non pensava ad altro. Avrebbe voluto mettersi con lei ma non sapeva da che parte iniziare. Non voleva fare errori rischiando così di perderla.
Era ormai fine estate quando decise di farle la dichiarazione. Avevano sui 17 anni e stavano aspettando di iniziare il quarto anno delle scuole superiori. Gli serviva tempo per prepararsi a quel passo decisivo, si prese tre mesi. Decise di farlo il giorno della festa della Madonna, l’otto dicembre, in modo da passare con lei almeno le feste fino all’ultimo dell’anno. Se lei lo avesse accettato. Era quindi partito con i ragazzi della parrocchia per un campeggio di quindici giorni a Tredozio.
Era fine agosto e lei restò in paese con la voglia di andare al mare e di diventare grande.
Isler, all’epoca un vero drago, la mise incinta al primo attacco. Lei aveva ceduto in un momento in cui si sentiva sopraffatta dall’ansia, e in fondo, se doveva succedere, era meglio con uno che ci sapeva fare. Pensava lei, ma non aveva proprio messo in conto che Isler fosse così invornito da tirare dritto senza freni.
Quell’anno, il giorno della Madonna, l’otto dicembre, lei era già incinta di tre mesi perché si era data a Isler, il figlio del fornaio, all’inizio di settembre, sfinita dall’attesa del romantico Maietti. Isler girava su un’alfetta 2000, aveva qualche anno più di loro ed era un gran patacca. Questo bastò.
“La Zaìra” era rimasta nel suo cuore e il brodo si era poi allungato per tutti quegli anni, un brodino vegetale, senza carne.
Isler e “la Zaìra” avevano avuto solo un figlio, ormai ventenne, e il loro matrimonio era uno degli argomenti preferiti nelle chiacchere del paese. Un pò perché sembrava che lui se la facesse con la Flora, la commessa del forno, e un pò perché “la Zaìra” era ancora una gran bella donna. Pensarla trascurata dal marito senza che lei si vendicasse era impensabile e questo incendiava le fantasie in paese.
Quando aveva saputo di essere incinta, non ancora diciottenne, le sembrò di morire. Il cuore funzionava ancora e quindi fu solo una sensazione che la sprofondò in un momento di disorientamento e delusione. Poi, e in fretta, il pragmatismo prese il comando delle operazioni. Fece tutto quello che era previsto dai protocolli familiari e morali vigenti, rinunciò alla scuola, fu prima sposa e poi madre. E dopo qualche tempo fu anche sola.
Le amiche avevano altro da fare e presto sparirono. Di amici, perse le speranze di averla, neanche a parlarne. Fece la mamma. Poche vacanze al mare in appartamento a Lido degli Scacchi al quinto piano di un condominio da cui si vedeva il mare dall’appartamento di fronte. Quindici giorni di fatiche moltiplicate dalla distanza dal mare, dalla sabbia, dall’ascensore che andava a singhiozzo, dal bimbo da cambiare ogni due per tre, dal marito … .
Meglio a casa, al sicuro sopra al forno e alla rivendita. Quando il bimbo iniziò a frequentare il nido e poi la scuola materna ebbe il tempo di incontrare di nuovo brandelli della sua vita. Doveva ricucirli, ne aveva tutta l’intenzione e c’era da scommetterci ci sarebbe riuscita. Ci volle tempo. Isler era un drago involuto in testa di cazzo. Faceva il fornaio, dormiva, mangiava e cercava sua moglie sempre meno. Quasi per dovere. Aveva altro per la testa. Nel tempo libero scappava per due o tre ore a Comacchio dove si poteva comprare di tutto. Poi cambiò commessa nella rivendita, assunse Flora e smise di andare a Comacchio.
Intanto il figlio era diventato grande e lei continuò, poco per volta, ad aprire gli occhi. Attorno a sé continuava a non vedere nulla. Nebbia fitta. Non si scoraggiò. Ci si mise con costanza e attenzione, voleva vivere meglio e cercò, senza rischiare quello che aveva, di trovare qualcosa fuori casa.
Maietti la sognava spesso e quello era uno dei suoi principali divertimenti. Aveva la fortuna di sognare anche nel dormiveglia mattutino, giusto prima di alzarsi, e se era attento a ripensare al sogno appena sveglio, se lo portava poi nella memoria. E si sa, “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda….”, Gabo docet.
Veleggiava quindi sui suoi sogni fino al “Grano Duro” tutte le mattine. Comprava, usciva dal forno, si sedeva sulla panchina di fronte dove mangiava il dolce appena acquistato e andava al bar a prendere il caffè.
Perchè non mangiava al bar? La risposta dettagliata è questa, sintesi di uno scherzo di un amico che vedendolo lo aveva così preso in giro.
“Uscito da lì con il sacchetto in mano, attraversa la strada con passo deciso, estrae il bombolone dal sacchetto con la destra, con la sinistra lo richiude alla buona e si siede a masticare lentamente la sua colazione unta e zuccherata sulla panchina. Sembra un bounty killer del sesso, la Flora esce dal forno, aspetta che lui finisca il bombolone e lo saluta piegandosi per curare i fiori. Mostrandogli così il balconcino sul petto”. Aveva solo sbagliato il nome della ragazza, il resto no.
“Magari” Rideva Maietti con l’amico, felice di passare per un donnaiolo e per essere riuscito a mascherare il suo interesse per “la Zaìra”.
Lei quasi sempre lo salutava dalla finestra mentre lui mangiava il bombolone. Spesso lasciava intravedere sorrisi o spalle scoperte da sottovesti improbabili. E lui, tra questo e i sogni, tirava avanti la speranza di avere un’occasione con lei. Ecco perché non mangiava al bar.
Si era un po’ ingrassata. Ma non guastava. Era molto attraente con le sue forme piene, i capelli sempre curati, nero corvino appena sopra le spalle. Il suo sguardo ti scavava dentro e se lo incrociavi ci fantasticavi inevitabilmente sopra.
Per Maietti era il massimo e del giudizio degli altri non gliene importava. Anzi, non essendo geloso, tutto questo lo inorgogliva intimamente.

Primo giorno
Quel giorno, era in ritardo ormai, doveva anche andare dal calzolaio a ritirare le scarpe da lavoro. Le aveva fatte risuolare. Andava di fretta, non voleva rinunciare al rito del bombolone.
Uscito di casa girò a destra e andò verso il forno. Camminava sulla sottostrada pedociclabile laterale alla strada carrabile di Viale Garibaldi.
I tigli ricoprivano quel percorso con le loro foglie. Dalla primavera all’autunno proteggevano chi passava da lì dai raggi del sole. In inverno e in primavera non avendo foglie erano comunque occupati a far da riferimento nella nebbia con la loro presenza. Perché lì quando c’era la nebbia vera, i tronchi degli alberi fornivano una guida sicura.
In primavera il profumo dei tigli orientava decisamente il suo umore verso l’ottimismo. In autunno le foglie cadute a terra e calpestate dalle sue suole lo facevano scivolare verso il buio dell’inverno, senza speranza.
Dopo un centinaio di metri notò un mazzetto di fiori viola con al centro un fiore più grande giallo, con i gambi avvolti dalla carta di alluminio. Era legato alla rete di recinzione della scuola con due stringhe di stoffa bianche, una sotto al fiore e una alla base del gambo. Sembrava di vedere quei mazzi di fiori che vengono messi nei luoghi di incidenti con vittime.
Lui sapeva che non era quello il motivo. Abitava proprio lì e ne era certo, avrebbe saputo di un incidente. Avrebbe chiesto al lavoro o al bar se era successo qualcosa. Fotografò il mazzetto di fiori in primo piano e fece una seconda foto per poter identificare il contesto, così nessuno avrebbe pensato che raccontava balle. La composizione floreale era anche bella, lui non conosceva il nome di quei fiori, era probabile che non passasse molto tempo prima che qualcuno decidesse di “prenderli su” e portarseli a casa.
Continuò a pensare ai fiori guardando le foto sul telefono e intrigandosi così a far congetture sul motivo di quella presenza. Concluse che probabilmente era un messaggio d’amore. Passato il ponte sul canale era a duecento metri dalla meta che stava dalla parte opposta della strada. Doveva attraversare. Lo faceva solo una volta giunto di fronte alla finestra “della Zaìra” che stava esattamente sopra alla porta di ingresso della rivendita.
La chiamava la finestra “della Zaìra” perché era quella in cui lui ogni “tanto spesso” la vedeva e attraversava proprio di fronte per poter vedere meglio e non perdersi neanche un fotogramma del film dei suoi sogni.
Al “Grano Duro” comprò il pane per il pranzo e la cena e il bombolone per la colazione. Lo servì, come sempre, Flora detta “Flotett” per via del suo esuberante petto. In quel paese dove tutti si conoscevano era bene non chiamare per soprannome le persone direttamente se non si era più che certi che fosse accettato. “Flotett” era quindi direttamene chiamata Flora, diversamente c’era la possibilità di prendere uno scapaccione. Si diceva anche che se la facesse con Isler il fornaio di cui era più giovane di una decina di anni. Nessuno aveva “prove” di questa diceria che comunque si consumava, a sentire le “donnette” del paese, tra le mura sicure del forno. Quando era chiuso.
La Flora dopo avergli servito il pane lo guardava sempre un po’ maliziosa. Lui non sapeva perché, o meglio, pensava potesse essere un segnale da amplificare, ma non credeva di poter reggere un incontro con lei, le sembrava “troppa roba”. E sapeva che forse lei stava con il drago che già gli aveva sfilato “la Zaìra”. Una partita persa in partenza.
Quel giorno non si fermò a mangiare sulla panchina di fronte, si era giocato il bonus con la sosta per le foto ai fiori, aveva fretta. Si voltò, appena attraversata la strada, con il bombolone in mano e la vide sorridergli dalla finestra. Rischiò di perdere il sacchetto, da cui mangiava, con tutto il suo contenuto. Per la vergogna affrettò il passo e osò pensare che forse il fiore lo aveva messo “la Zaìra” per lui.
Prese il caffè al volo al bar e Simona, la barista del mattino, si stupì nel vederlo saltare l’appuntamento con La Gazzetta dello Sport.
A quell’ora la contesa vera per i giornali “agratis” del bar era quasi terminata. C’era qualche pensionato pericoloso, di quelli che leggono tutto, anche le notizie sul softball che non sanno neanche cos’è. Ma a mezza mattina i pensionati andavano a dirigere i lavori della nuova rotonda all’incrocio per Comacchio e il giornale era libero. Maietti neanche lo guardò. Tornò a casa subito sperando di vederla alla finestra prima di fermarsi dal calzolaio. Niente da fare. Sperò di vederla nel pomeriggio al Consorzio dove lei andava tutte le settimane a comprare da mangiare per i gatti. Prese le scarpe da Guido il calzolaio e tornò a casa.
Si stava scaldando le lasagne al forno quando sentì suonare il telefono.
“Ciao sono io” era “il Mancino” un amico del bar.
“Ciao che c’è? Sto preparandomi per andare al Consorzio”
“Allora faccio presto. Mi ha chiamato Savini e mi ha detto che stanotte quando ha fatto i conti mancavano duecento euro dalla cassa. Ha parlato anche di te perché sei andato via prima. Io te l’ho detto, fa te”
“E io cosa devo fare? Non ho visto nessuno dietro il banco quando sono uscito, anzi, non c’era proprio nessuno nella sala bar quando sono uscito”
“Ecco appunto….. ciao” fece “il Mancino”
“Ciao”
E adesso? Pensò Maietti.
Il gioco d’azzardo nel bar era organizzato da Savini, il barista. Si giocava con “fiches” acquistate dai giocatori al bar. Queste erano di dimensioni e colori diversi in base al loro valore e avevano due particolarità: il bordo bianco per la larghezza di due millimetri e il simbolo del drago rosso del Mah-jong al centro da entrambi i lati. In nero. Impossibili da riprodurre. I soldi scambiati venivano poi messi in un cassetto dal barista. Sarebbero poi stati redistribuiti ai giocatori in base alle “fiches” riportate. Come al Casinò. In quel modo Savini era sicuro di incassare il banco, di tenere sotto controllo il gioco e di far sì che non girassero soldi veri tra le carte.
Il gioco d’azzardo era vietato per legge. Questa modalità era però tollerata dai Carabinieri, che sapevano tutto, a patto che nessuno si “rovinasse” e che la bisca fosse preclusa ai forestieri. Nel caso si presentasse qualcuno da fuori volevano saperlo. Il gioco nel bar era così per loro anche una fonte di informazioni.
Si giocava il lunedì, il mercoledì e il venerdi, gli altri giorni erano dedicati alle morose. Quella era un’abitudine che si trascinava nel tempo. Le morose ormai erano mogli, mamme e alcune nonne.
Savini, il barista che chiudeva la notte, era anche il titolare del Bar Giardino. Aveva dei trascorsi da giocatore d’azzardo e sapeva gestire quel giro. A volte non cambiava soldi a chi aveva perso troppo nelle serate precedenti. Il prezzo per poter giocare, il banco, era di 5 euro, e si poteva giocare finché lui non decideva di chiudere. Faceva così in modo da tenere “basso” il gioco. Ci sapeva fare.
Da quando aveva messo su famiglia quello era il primo lavoro vero che faceva, gli piaceva, e non voleva che lo facessero chiudere. Si, una multa ogni tanto era nei patti, ma far in modo che il gioco restasse in limiti accettabili toccava a lui. Verso le undici di sera, quando nel bar erano rimasti solo i giocatori, chiudeva la saracinesca sulla porta d’accesso e iniziava le operazioni di cambio soldi mentre qualcuno preparava il tavolo nella saletta della televisione. A quel punto non entrava più nessuno e chi voleva uscire lo faceva dalla porta sul retro che serviva alla famiglia Savini per entrare in casa salendo le scale, senza passare per forza dal bar che si raggiungeva da lì attraverso un breve corridoio.
A turno giocavano tutti, chi più e chi meno. Maietti mai. A lui piaceva guardare. E quando il barista partecipava al gioco andava su richiesta dei giocatori al bar, nella sala grande, a prendere da bere al suo posto. Ma non faceva mai tardi, era sempre il primo ad andarsene.
Quel pomeriggio al Consorzio fu lungo, “la Zaìra” non si fece vedere e lui era preoccupato. Non andò al bar alla sera. Non si giocava, era martedì, e sarebbe stato improbabile trovare il modo di parlare dell’ammanco di cassa. Dormì male.

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Secondo giorno
Quel mercoledì si svegliò presto. Si preparò con calma, fece la doccia e si tagliò le unghie dei piedi e delle mani. Un’operazione fastidiosa che lo innervosiva. Gli ricordava quando ancora bambino subiva autentiche violenze dalla zia parrucchiera incaricata di tenergli in ordine le venti dita.
Pensò alla cassa del bar e alla “la Zaìra”. Se qualcuno pensava che lui fosse l’autore del furto agli amici era una brutta roba. Era preoccupato, si doveva arrivare ad una spiegazione diversa, alla spiegazione vera. Ma nell’attesa lui era stritolato tra i sospetti e il desiderio di scagionarsi. Aveva la necessità di sapere come stavano le cose. Doveva muoversi con cautela per non insospettire di più gli altri. Che fare? Quella domanda eterna continuava a interrogarlo e a massacrarlo.
Era un casino. Quella sera doveva andare al bar.
Uscì di casa e si trovò annegato nella nebbia. Contorni sfocati e colori slavati. Grigio prevalente e nebbia bagnata, quel mattino mancava qualche anguilla a passeggio sotto ai tigli per dare un tocco surreale al vialetto. Pioveva nebbia.
Era quasi arrivato al ponte quando vide i fiori. Di nuovo. Il cancello della casa abbandonata davanti alla quale erano stati lasciati era di quelli vecchi. Strisce di lamiera stampata nella parte inferiore e sopra una rete metallica comune agganciata al telaio del cancello. Lui aveva anche fatto una ricerca su quelle lamiere stampate che si vedevano qua e là. Aveva scoperto che erano dei lasciti della seconda guerra mondiale. Materiale logistico degli alleati. Servivano per dare una base sicura alle ruote dei camion. Le stendevano sui ponti Bailey o a terra se c’era il pericolo di restare bloccati nel fango. Dopo la guerra ce ne erano tante in giro per i paesi e le campagne e molti le avevano riciclate in quel modo. Nonostante fossero passati più di settanta anni se ne vedevano ancora in giro.
Il mazzetto era lo stesso del giorno prima, i fiori erano leggermente avvizziti ma ancora belli. Erano legati alla rete del cancello con stringhe di stoffa gialle. Erano stati spostati e legati con stringhe diverse. Fece un’altra foto e si ripromise di scaricare un’app per il riconoscimento dei fiori. La curiosità cresceva. Sembravano messaggi romantici, avrebbe indagato.
Per un momento non aveva pensato alla storia della cassa al bar. Quando gli ritornò in mente si incupì. Entrò nella rivendita al “Grano duro” appena in tempo per vedere il fornaio sparire sul retro e la Flora con gli occhi umidi. Poi lei si girò verso gli scaffali per prendere il pane prenotato e gli chiese: “Maritozzo o bombolone?”
“Maritozzo, grazie Flora, oggi ho lo stomaco scomodato, meglio evitare la roba fritta”
“Ma cosa hai fatto Maietti, non avrai delle turbe sentimentali?” gli fece lei ancora girata di spalle.
“Altri casini Flora, niente di interessante”
Entrò una signora e il dialogo finì lì, lui prese il tutto, pagò e uscì per andare sulla panchina a mangiare.
Flora lo provocava anzi lo stuzzicava. Era una specialista della mezza battuta. Quel mattino però le mancava lo spirito. Maietti ebbe l’impressione che lei fosse reduce da un rimprovero di Isler. A volte gli artigiani non sono proprio diplomatici nel riprendere i dipendenti.
Attraversò la strada e, girandosi, si rese conto che la finestra era quasi invisibile dalla panchina. Erano solo trenta o quaranta metri ma la nebbia era di quella tosta. La panchina era bagnata e lui si mangiò il maritozzo in piedi sul ciglio della carrabile senza vederla.
Al bar prese il caffè e se ne andò. I giornali erano tutti occupati e lo sarebbero stati a lungo. Con quella nebbia bagnata i pensionati non sarebbero andati a dirigere i lavori della nuova rotonda. Si passavano i giornali tra di loro. Non mollavano quello che avevano in mano finché qualcuno degli altri non mostrava di volerlo scambiare con quello che stava leggendo. In quel modo i giornali venivano sequestrati per tre ore e non c’era niente da fare. Restare al bar senza niente da fare lo imbarazzava. Poteva passare Savini e lui non sapeva se il “Mancino” gli aveva detto di avergli parlato. Sarebbe stato difficile tutto quella mattina, meglio rimandare a dopo cena.
Andò a casa a prepararsi per il pranzo e per il lavoro. La nebbia stava diradandosi. Nel pomeriggio era previsto il passaggio di una rapida perturbazione con pioggia anche intensa. Mentre cuoceva da mangiare, giocando con l’Iphone, si ricordò dei fiori e scaricò Plantin, un’applicazione che serviva ad identificare i fiori e le piante scansionando le foto.
Erano viole del pensiero con al centro un crisantemo giallo. Nel pomeriggio avrebbe chiesto a Cristina al Consorzio se quella composizione aveva un significato.
Andò al lavoro a piedi come sempre, facendo attenzione a non bagnarsi. Aveva iniziato a piovere.
Scaricò subito due camion di palletts di fertilizzante. Il camion stava fuori dal portone del capannone, sotto alla pensilina. Maietti da dentro, facendo manovrare il camion, riusciva a scaricarlo con il carrello elevatore senza bagnarsi. I palletts però erano bagnati e non poteva accatastarli. Li stivò nel capannone, tutti a terra distanziati uno dall’altro per farli asciugare. Quando terminò l’operazione erano quasi le tre. Da lì a poco sarebbe arrivata Cristina e lui decise di aspettarla alla macchinetta del caffè.
Pioveva e fuori non aveva niente da fare per il momento. Avrebbe preso il caffè con lei e le avrebbe chiesto dei fiori.
Era seduto su di un portafiori di cemento vuoto sotto alla tettoia. Mancavano dieci minuti alle tre. Cristina arrivava sempre in orario, mai in anticipo e mai in ritardo. Stava pensando a come fare al bar quella sera. Sarebbe arrivato tardi, alle nove circa, probabilmente non sarebbe stato arruolato per il tresette e la briscola. Quindi per un due ore circa sarebbe stato disoccupato. Doveva impiegare quel tempo per trovare il momento giusto e parlare con Savini. Prima però doveva chiedere al “Mancino” alcune informazioni.
Nel piazzale adibito a parcheggio entrò una Golf bianca. Era “la Zaìra”. Dovette ricomporre la sua mente e i suoi pensieri. Orientarli su di lei. Quelle erano occasioni che non andavano sprecate. Se ne approfittavi potevi essere promosso a drago da un’ora all’altra.
Non ebbe il tempo per preparsi, si emozionò. “La Zaìra” aprì la portiera, allungò fuori dall’auto la sua bella gamba sinistra, preludio a sogni eterni. La appoggiò a terra con decisione e facendovi perno aprì lo spacco della sottana facendolo trasalire, poi scese sorridendogli. Fece per andargli incontro incurante della pioggerellina che ancora scendeva. Ma andava verso di lui o all’ingresso? Lei si fermò per far passare la Toyota Yaris di Cristina, che parcheggiò, scese veloce e la salutò invitandola ad entrare insieme. In orario perfetto, in tutti i sensi.
“Maietti cosa fai vieni con noi per il caffe?” fece Cristina.
“Prepara la cassa, ai caffè ci penso io. Zaìra lo vuoi anche tu?”
“Se c’è lo prendo deca oppure niente grazie”
“Zucchero?”
“Niente” all’unisono, entrambe.
Cristina e “la Zaìra” al banco a chiaccherare e lui a fare i caffè. Era andata così. Non era finita però, forse poteva aiutarla negli acquisti.
Entrò un’altra cliente e mentre loro prendevano il caffè pensò bene di pagare tre sacchi di terriccio da giardino. Doveva uscire e caricarle i sacchi. Finito il caffè uscì, li caricò sul fuoristrada della signora e tornò dentro. Cristina si era allontanata dal banco per sistemare i fiori in vetrina. “La Zaìra” ciondolava davanti alle scatolette di cibo per gli animali. Lui non le si avvicinò, lo giudicò rischioso, anche perché dell’alimentazione dei gatti non sapeva nulla. Andò dietro al banco sguarnito e “la Zaìra” lo raggiunse per pagare. Non solo.
Appoggiò il gomito e tutto l’avambraccio destro al bancone. Restò così girata con il tronco in modo da poter controllare Cristina alla sua sinistra e Maietti a destra. Volse il viso verso di lui e, avvicinadosi un poco di più gli chiese:
“Come mai non ti vedo più in palestra? Hai di meglio da fare?” Fece lei.
In quel momento Maietti se la sarebbe bevuta tutta d’un fiato. Invece se la fece sotto.
“Il medico mi ha detto che per il momento non devo fare degli sforzi, bastano quelli al lavoro”. Rispose Maietti.
Lui c’era andato in palestra ma aveva smesso perché lei se ne stava sempre con la sua amica manicure a chiaccherare nel salotto benessere.
Lei avvicinò ancor di più il viso a lui appoggiando entrambi i gomiti e gli avambracci al bancone. Lo ritrasse lievemente e disse:
“Io ci vado il lunedì, il mercoledì e il venerdì alla sera dopo cena fino alla chiusura, tanto poi alla mattina dormo. Faccio la ciclette e un po’ di esercizi yoga, se vieni chiaccheriamo” fece abbassando gli occhi.
Che casino. Aveva il cuore che pompava a mille, gli rimbombava nelle orecchie. Quella sera non poteva andarci e finché non fosse risolto il problema degli ammanchi alla cassa del gioco dal bar non poteva mancare, avrebbe insospettito tutti. Poi se lei si alzava tardi i fiori non erano per lui. O meglio, non li poteva mettere lei, questo concluse, sempre più disorienato.
“Da quando mio figlio si è trasferito a Londra sono disoccupata. E non mi lamento eh..”
“Fortunata te. Fai bene a godertela, tu e tuo marito siete ancora giovani”
Lei si rivolse a Cristina, pagò, lo salutò e se ne andò.
“Che grandissima testa di cazzo sono!!!! Proprio di suo marito dovevo parlarle. Potevo chiederle se dopo la palestra va magari a mangiare la pizza, da cosa nasce cosa, no, scena muta e il marito. Porca troia” Pensò Maietti.
Tornò nel capannone a sistemare il portone scorrevole. Nel frattempo aveva smesso di piovere e doveva far asciugare i palletts di fertilizzante. Doveva aprire a metà il portone a sud e quello a nord per fare entrare il vento.
Però c’era qualcosa, lo sentiva, non poteva essere un comportamento normale. Anzi non lo era, lei era ancora attratta da lui, forse si era pentita di quella scelta precoce. Il marito probabilmente aveva allentato la presa su di lei, forse a causa della “Flotett”, il figlio era a Londra ormai da due anni e lei era sola e ancora bella e perché no?
Lui non infilava i discorsi giusti, era sempre stato il suo limite. Quando arrivava al dunque sceglieva sempre il discorso sbagliato. Sbagliato? Lui non sapeva qual’era il discorso giusto, di conseguenza aveva capito che sceglieva sempre male perché non succedeva mai niente.
Prima di tornare a casa, quella sera, si appartò con Cristina per chiederle del significato del mazzetto di fiori.
“Maietti cosa fai? Sei diventato un romanticone? Hai fatto un regalo senza sapere cosa significa?”
“Dai Cristina smettila. Ne ho bisogno per un amico. Me lo ha chiesto perché secondo lui lavorando al consorzio dovrei saperlo”
“Non lo so neanch’io, se vuoi mi informo dalla fiorista quando la vedo, viene due o tre volte alla settimana”
“Va bene però per favore fai poca pubblicità, non vorrei che da una domanda poi nascano storie false”
“Caffè pagato per una settimana?”
“Perchè non è già così? Grazie”
Quella sera prima di cena telefonò al “Mancino”. Aveva pensato a lungo a cosa chiedergli, era indeciso. Il “Mancino” era suo amico, di quelli veri, così si decise per parlargli in libertà.
“Ciao sono io” face Maietti.
“Ciao, vieni al bar stasera?”
“Si ma non so cosa fare con Savini. Ho paura che pensi a me come ad un ladro e non so con chi altro ha parlato di questa cosa”
“Credo ne abbia parlato solo con me. Se fossi in te me ne starei buono, vediamo come butta, può anche essere un errore”
“Non è mai successo niente .. , Va bene, ci vediamo dopo, ciao”
Per niente rassicurato dalla telefonata si preparò un toast con la fontina e il prosciutto, lo mangiò e terminò la cena con una mela. Tristezza assoluta. Una cena da ospedale. Non aveva fame, era stata una giornata troppo intensa e gli si era chiuso lo stomaco. Aveva delle sarde marinate nel frigor, una delle sue passioni gastronomiche, ma non se la sentì di mangiarle. Doveva essere attento e pronto a reagire senza sbagli nel bar e le sarde lo appesantivano, comunque non aveva fame.
Arrivò al Bar Giardino alle nove meno cinque. Il quartetto per la briscola e il tresette non era ancora completo. Il “Mancino” lo invitò a fargli da socio e lui accettò con sollievo. Aveva pensato con riluttanza alla possibilità di restare al bar senza una occupazione dando così modo a Savini di chiedergli qualcosa. Il tresette lo liberava da quell’incubo, non era sicuro di come avrebbe reagito. Poteva arrossire, in quel caso sarebbe stato un disastro, avrebbe sbagliato il tono della risposta e poi chissà come sarebbe finita. Meglio così. Faceva da socio al “Mancino”, poi avrebbero organizzato la bisca e non sarebbe stato troppo tempo allo scoperto.
Andò esattamente come le altre sere. Quando iniziò il gioco lui si sentì subito sollevato, più leggero. Si comportò come sempre, come gli aveva consigliato al volo il “Mancino” al termine del tresette.
Quando Savini si mise a giocare andò anche a prendere una Becks e una Moretti per i fratelli “Scalzi” e dopo un’oretta salutò tutti e andò a casa.
Non sapeva se sentirsi preoccupato e/o sollevato. Se fossero venuti a mancare altri soldi era un casino. Ma lui non era stato messo sotto pressione da nessuno, in fondo anche gli altri si muovevano dalla sala da gioco per andare in bagno. Si addormentò con questi pensieri e dormì un sonno leggero e agitato.

Terzo giorno
Quel giovedì Maietti si alzò presto. Si organizzò mentalmente la giornata mentre si radeva con il rasoio che gli aveva regalato il nonno. Era un “Mauser Solingen” che lui usava volentieri quando aveva tempo. Aveva un pennello da barba nuovo. Lo cambiava spesso perché gli piaceva accarezzarsi la schiuma con quell’oggetto docile e avvolgente. Si apriva a ventaglio o agiva strisciando di lato, sempre dolcemente.
Dopo la “tappa obbligata” sarebbe andato al bar poi a fare la spesa. Doveva chiamare il “Mancino” per sapere come era finita la serata precedente. Dopo il lavoro e la doccia avrebbe potuto anche mangiare in pizzeria, con qualcuno però, non gli piaceva uscire a cena da solo. Decise di aspettare per vedere come buttava la giornata.
Uscì e si trovò a camminare verso il forno in una bella giornata con sole e vento, di quelle che ti fanno dimenticare che sta arrivando l’inverno. Una sciroccata autunnale travestita da primavera.
Maietti vide passare Savini che, in auto, non rispose al cenno di saluto. Lo aveva visto? Forse no o forse non ne aveva avuto il tempo. O era incazzato. Gli venne una grande agitazione, pensò che fosse stato trovato un nuovo ammanco di cassa, pensò che stavolta gli avrebbe chiesto conto dei suoi movimenti. Si sentì incatramare dal sospetto. Inchiodato dalla sua incapacità a reagire o pianificare una difesa proseguì con passi ansiosi verso la sua inevitabile gogna.
Sul ponte vide l’ormai appassito mazzetto di fiori legato al parapetto con stringhe rosse. Ormai non l’avrebbe rubato nessuno, i fiori erano troppo stanchi. Sarebbe restato lì in attesa del prossimo spostamento, ad indicare a qualcuno la strada della passione.
Maietti era ingobbito dalla situazione al bar e dalle stronzate che faceva ogni volta che incontrava la Zaìra. I fiori lo confondevano. Attraversò la strada davanti al forno senza neanche alzare lo sguardo ferso la finestra. Se ne pentì subito prima di entrare, ma ormai era tardi, Flotett lo aveva messo nel mirino e dentro non c’era nessuno.
“Ciao Maietti”
“Ciao Flora” lei le sembrava una porno star vestita, tracimava vitalità fisica dal bordo di ogni pezzo di stoffa che indossava. Maietti la guardò negli occhi solo perché era il posto meno invadente su cui posare lo sguardo.
“Maritozzo o bombolone?”
“Bombolone, grazie, e poco pane che stasera mi mangio una pizza, forse .. ”
“Hai dei piani allora, esci con una ragazza?”
“Se fosse così lo sapresti già e non me lo chiederesti. Per cui no Flora, se va bene con amici”
“Il bombolone te lo lascio fuori dal sacchetto così non rischi di farlo cadere come Lunedì”
“Va bene.. grazie”
“Poi oggi puoi sederti sulla panchina, è una bella giornata”
“Quant’è?” Meglio scappare pensò Maietti.
“Due e ottanta. Ti mangi il bombolone con calma sulla tua panchina” prese i soldi e agitando in alto l’altro mano a mò di monito continuò “Mo cosa guardi sempre dalla panchina? Gli uccellini sugli alberi?”
“Dai va là Flora! Ciao”
Se n’era accorta. Sapeva della sua passione per “la Zaìra”. Si, va bene, non ci voleva una volpe, lui sperava di passare inosservato ma non aveva fatto i conti giusti. Le ragazze sono sempre un passo avanti su queste cose. E adesso? Niente, l’unica cosa cambiata era che lui sapeva che lei sapeva. Ma non sapeva chi altro sapesse. Quindi era al palo e con tutti i casini che aveva per la testa non riuscì a ragionare oltre. Il groviglio che aveva in testa si infittì. “La Zaìra” si raccolse i capelli a coda di cavallo e li legò forse con elastico, lasciando scoperto il collo. Lo fece alzando in alto i gomiti sopra la testa e lui seguì quel movimento fino a bloccare l’istinto ad alzarsi con loro. Vide solo quello perché lei lo fece a vista ma a distanza dalla finestra, poi sparì. Lui pensò fosse ancora incazzata con lui. Ma, come sempre, era solo una congettura.
Quando arrivò al bar era sfatto, poteva tornare a letto, aveva dato. Prese il caffè guardando i titoli della Gazzetta dello Sport e andò veloce a casa. Niente spesa, non ce la faceva, avrebbe mangiato quello che c’era in casa. Aveva due ore per riposarsi e così fece, si stese a letto.
Prima di pranzo, con l’acqua a bollire e il ragù a scaldare, telefonò al “Mancino”. Alla prima non rispose. Alla seconda neanche. Doveva mangiare e cercare di non pensarci. Mise nell’acqua bollente il sale, un goccio di olio extra vergine di oliva e i maccheroni. Pensò al groviglio di storie nella sua mente senza trovare un ordine o un sistema, un approccio per affrontarlo. Si sentiva avvolto e impotente. Mangiò e si avviò a piedi verso il Consorzio.
Quel pomeriggio, come tutti i giovedì, fu tranquillo. C’erano da servire solo i clienti che caricavano dal magazzino mangimi, fertilizzanti o cereali all’ingrosso, la vendita al dettaglio era chiusa. In negozio c’era solo Cristina per riassortire gli scaffali, controllare i conti e preparare gli ordini. Verso le sei, era già buio, al magazzino Maietti aveva finito. Andò in negozio per aiutare Cristina. Se qualcuno aveva bisogno del magazzino poteva bussare, c’erano le luci accese e si vedeva dentro.
“Un caffè?” fece Maietti entrando.
“Grazie Maietti, finisco le buste di semente e poi arrivo”
Lui preparò il caffè e andò verso il banco per appoggiare le tazzine di plastica. Aspettando Cristina gli venne in mente dei fiori. Quando lei arrivò le porse il caffè e senza bisogno di dire nulla attese che lei si sistemasse per berlo. Poi le chiese del significato dei fiori.
Cristina gli disse che aveva parlato con la fiorista e che questa l’aveva indirizzata su un sito internet specializzato. Gli lesse ciò che aveva trovato.
“Data la sua delicatezza, le sue dimensioni modeste ed il periodo in cui fiorisce, la viola del pensiero si riconduce all’amore sincero, ma anche alla semplicità, alla dedizione e alla bellezza. Nel linguaggio dei fiori, il significato della viola del pensiero è l’amore, ed il suo nome comune sta ad indicare appunto il pensiero reciproco che si rivolgono due persone innamorate. Rappresenta inoltre i ricordi passati, legati all’infanzia o a particolari momenti sereni della vita di ognuno. Regalando questo fiore si dà prova della propria dedizione nei confronti della persona amata o per la quale si prova sincero affetto. Il crisantemo giallo indica un amore trascurato”
Gli vennero subito in mente due cose: i fiori non erano stati regalati a nessuno; parlavano d’amore, non di passione. Lo disse a Cristina.
“Certo” disse lei “quel che resta è un amore delicato e trascurato, pieno di pensieri. Ma non essendo precisamente rivolti a qualcuno, non regalati ma lasciati, sembra più un’implorazione”
“Sono d’accordo con te. Aggiungerei un’implorazione indebolita nel suo ripetersi” fece lui appoggiando il gomito sul banco e la mano al viso.
“Ma dove li hai visti? Perchè il tuo amico non c’entra nulla, vero Maietti?”
Era il segreto di Pulcinella..
“Li ho visti tra casa mia e il ponte, martedì erano davanti alla scuola, ieri davanti alla casa abbandonata che c’è prima del ponte e stamattina sul ponte”
“Anche oggi c’erano?”
“Si ma ormai sono sfioriti, andati, appassiti. Però sono legati con un laccio di colore diverso. Martedì era bianco, ieri giallo e oggi rosso”
“Acqua, fuochino, fuoco”
“Cosa vuoi dire”
“È solo una battuta ma nel significato c’entra di sicuro anche il colore dei legacci, perché cambiarli?”
“Hai ragione, ci avevo pensato anch’io”
“Ma non è che questi fiori e il loro messaggio sono per te?” fece maliziosa Cristina.
“Seee… allora era meglio avesse messo un biglietto, lo sanno tutti che non sono un drago in queste cose!”
Lei, come molti altri in paese, sapeva del perché lui faceva colazione sulla panchina davanti al forno e provò di provocarlo.
“Sarà stata “la Zaìra”, che vuole il suo pubblico tutte le mattine”
“Sì “la Zaìra”, ma va là, quella si alza dopo il sole anche d’inverno, e non esce prima delle 10” deglutì e sperò di non essere arrossito “.. lei bene lo sa che con me sarebbe meglio mettere un biglietto in stampatello!”
“E perché dovrebbe alzarsi prima? Da quando suo figlio è andato a Londra lei è libera ….” guardò Maietti e proseguì “suo marito sembra che guardi altrove, oddio, neanche tanto in là e di soldini ne ha tanti quindi …”
Lui tergiversò poi spostò la conversazione sul figlio “della Zaìra” chiedendo a Cristina se sapeva come mai non era più tornato da quella vacanza di due anni prima a Londra.
“Credo che lui qui fosse in prigione. Non si sa nulla di preciso ma lui durante la vacanza trovò lavoro come cameriere poi dopo sei mesi si è messo a pettinare cani da compagnia. Fa te…”
Maietti lasciò perdere, non gli piacevano i mezzi discorsi su cui si facevano congetture da cui si traevano giudizi. Lo imbarazzava non aver la forza di criticare la spregiudicata abitudine di straparlare senza rispetto. Comunque se era vero il ragazzo aveva dimostrato di aver le palle al loro posto. Se ne era andato in una città che accettava le diversità e tanti saluti. Ogni sei mesi faceva un salto a casa a salutare la famiglia e finita lì.
Prima di andare a casa provò di nuovo di chiamare il “Mancino”. Mentre cercava il numero sullo smartphone gli venne in mente che era andato a pescare nel padellone nella Valle dei Poveretti, vicino a Comacchio, con degli amici del lavoro. C’era stato anche lui in quella primavera e lì non c’era segnale.

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Quarto giorno
Il giorno dopo, il venerdì, aveva preso le ferie, aveva da fare. C’era una luce tagliata che segava gli occhi, l’aria era pulita e secca, con vento da Nord Est. Ed era un bene perché doveva andare a pranzo al mare.
Alla mattina tutto uguale, stesso percorso. A parte un particolare. Appena alzato si diede da fare per prepararsi ad uscire alla svelta. Entro le nove doveva passare dal CAF della CGIL per richiedere tramite loro la possibilità di riscattare o comprare, non lo sapeva, dei contributi pensionistici relativi ad un periodo lavorativo negli anni da studente.
In quegli anni, d’estate, andava nei campi a raccogliere le pesche e a dare una mano nell’azienda di un lontano parente. Grazie a questa scusa il vecchio contadino si riteneva sollevato dall’onere di mettere in regola il ragazzino. Dopo essere entrato nel mondo del lavoro, da adulto, Maietti cominciò a chiedersi se fosse possibile regolarizzare quei periodi lavorativi. Sommandoli alle vendemmie e alla raccolta delle mele di inizio autunno potevano diventare un periodo lungo più di un anno. La raccolta delle mele lo impegnava solo per parte della giornata, è vero, però tutto sommato tre mesi all’anno lui li lavorava da quando in prima ragioneria i suoi lo mandarono in campagna la prima volta. Al CAF registrarono la sua richiesta, gli dissero che avrebbero fatto una ricerca dei contributi e lo avrebbero chiamato per eventualmente proseguire nel tentativo di ottenerli o riscattarli.
Uscito da lì e tornò sui suoi passi, verso casa, superata la quale si sarebbe incamminato su percorsi sicuri e conosciuti. A rischio zero. Pieni di speranza mal coltivata.
Trovò ad aspettarlo una rosa rossa piccolina, ancora in bocciolo. Era sulla panchina di fronte al forno, dietro lo schienale. Si poteva vedere solo passando nella sottostrada pedociclabile da cui arrivava lui. Era stata lasciata di fretta, non aveva legacci, era incastata nella struttura della panchina. La rosa era fresca, il bocciolo appena aperto da cui spuntavano pochi petali e il gambo fasciato in carta di alluminio. La rosa era una gattina dispersa che cercava la compagnia di un ospite che sapesse coccolarla. Maietti pensò che non sarebbe durata a lungo lì così bella e disponibile. Guardò la finestra “della Zaìra”. Era oscurata dalle tende interne. Attraversò la strada sulle striscie ed entrò nel forno. Quando fu il suo turno la Flora lo trattò in modo sbrigativo e gli consegnò un bombolone direttamente nel tovagliolo.
“Così non rischi che ti cada mentre lo tiri fuori dal sacchetto quando ti siedi qui davanti a mangiare”
“Grazie Flora” le disse “Oggi devo andare a Lido degli Scacchi a pranzo dal “Comacchiese” poi faccio un bel giro in spiaggia e al ritorno mi fermo a Comacchio per una pizza”. Fece lui confessando un proposito non richiesto.
“Sì Maietti vai al mare va là che è meglio ed è anche ora” Era proprio girata male.
“Ciao Flora”
Quando arrivò alla panchina si sedette e alzò lo sguardo. “La Zaìra” era alla finestra che lo guardava. Il bombolone risentì della sua emozione e traboccò. La crema gli cadde pesante sulla coscia destra e impasticciò i jeans. “La Zaìra” aprì la finestra e lo scherzò, lui non capì neanche cosa aveva detto. Sorpreso dal pasticcio di crema suoi jeans e dall’interazione con la mora dei suoi sogni si bloccò incapace di decidere se pulirsi o risponderle. Lei richiuse la finestra, probabilmente delusa dal suo silenzio, e si spostò senza riapparire sullo schermo.
Un’altra giornata che iniziava in modo indecifrabile. I fiori non c’erano più. C’era una rosa rossa. Lui si era stufato di non capirci niente e rapidamente se ne disenteressò. La sua mora aveva addirittura scherzato con lui dalla finestra. Lo aspettava? Voleva parlare con lui? Ma lei forse si immaginava qualcosa, quindi si aspettava anche qualcosa da lui? Erano amici, a lei bastava questo, forse. Savini al bar era ancora da intervistare e il “Mancino” non si era fatto sentire. Non aveva ancora concluso nulla, nebbia fitta da ogni parte.
Finito il bombolone andò al bar, poi con i suoi pensieri cupi tornò a casa, sfilò il Fiestino a metano dal garage e partì per il mare.
Fu una giornata stupenda. Arrivato a Lido degli Scacchi dimenticò tutto quello che ci si aspettava da lui. Tornò ad essere il patacca della bassa che d’estate andava al mare a fare il suo dovere. Calcino, ghiaccioli e tuffi in mare di giorno. Gelato, “vasche” per il viale e discoteca alla sera. Non erano attività che davano dei frutti ma andavano portate avanti. Lui e suoi amici giravano in gruppo. Le ragazze erano intimorite dal modo di fare di quei ragazzi che parlavano più per spataccare tra loro che per provare ad agganciarle. Maietti poi era l’ultimo, stava sempre nelle retrovie del gruppo. Solo in discoteca veniva allo scoperto. Il gruppo si dissolveva, c’era chi ballava, chi si fermava a chiaccherare a qualche tavolo e dopo un po’, sempre, si ritrovava solo. Si ritrovava allo scoperto, con le spalle al muro perimetrale del locale da ballo, costretto a percorrerlo continuamente per non essere fucilato dagli sguardi snob di chi si divertiva ai tavoli o in pista. Per cui si faceva “del muro” di continuo. Aveva fatto amicizia con altri due sfigati come lui. Ed era con loro che si ritrovava al bar a fine serata a parlare. Era nata un’amicizia forte delle loro debolezze. E quel giorno era a Lido degli Scacchi per rivederli, come tutti gli anni.
Finirono come sempre a ricordare il tempo passato, non avevano nuove cose da dirsi, erano tutti tre poco fertili di cambiamenti. Il Gnacco e lo Sparo abitavano a Ferrara, ma là non si incontravano mai. Il Gnacco lavorava sulle piattaforme che estraevano gas in mare al largo in Adriatico e lo Sparo lavorava come messo comunale. Maietti non sapeva esattamente cosa facessero nel loro campo. Sapeva solo che erano due gran puttanieri. Di quello parlavano volentieri, oltre che del passato. Parlavano di mondi diversi. Il Gnacco quando scendeva dalle piattaforme era pieno di soldi e si dava alla bella vita con quelle dell’Est. Belle, giovani e gasate. Stava in mare un mese di fila senza scendere a terra e nella settimana che aveva di riposo spendeva tutto.
Lo Sparo invece di quattrini ne prendeva pochini, aveva delle spese e si poteva permettere solo di rado una signora della notte per qualche minuto e niente più. Certo erano esperte quelle che trovava, e pulite perché lavoravano a domicilio. Erano belle di notte che di giorno non se le sarebbe filate nessuno, il loro tramonto era iniziato da tempo. Lo Sparo ne parlava con rispetto religioso, quasi con devozione filiale. Le sue signore lo meritavano tutto.
A fine pranzo il ricordo finì su una sera alla sala giochi, tra flipper e calcino, in cui conobbero un romagnolo di Sant’Alberto che era una bomba. Parlava continuamente, raccontava di sé e delle sue avventure. Non aveva più di ventidue anni. Aveva raccontato di aver lavorato in Belgio, in Germania e in Australia. Diceva di sapere il francese, l’inglese e il tedesco, imparati vivendo in quei paesi dopo essersi diplomato al liceo linguistico di Ravenna con sessanta e lode. Diceva di aver fatto prevalentemente il Disc Jockey, ma anche lavorato nella sicurezza come guardia armata di importanti personaggi dello spettacolo e della moda e come istruttore di wind surf per alcuni anni ai Caraibi. Raccontò un sacco di particolari. Loro lo lasciarono parlare e si divertirono viaggiando sulle sue parole. Quando lui se andò, rimasero solo loro tre e Maietti fece un paio di conti sui racconti che aveva appena ascoltato.
“Dovrebbe avere almeno cinquant’anni, c’è qualcosa che non torna!” Disse Maietti.
Quella frase rimase iconica. Tra di loro bastava evocarla per ricordare quella fantastica serata in cui tutto sembrò possibile. E anche quel pomeriggio finirono per riconoscere che in fondo quelle “balle” erano tra le migiori che avevano mai ascoltato, erano state innoque e le ricordavano volentieri.
Non si fermò a Comacchio al ritorno. Si erano alzati da tavola alle quattro e si erano salutati senza neanche andare a vedere la spiaggia. Era tardi, tutti a casa.
Appena rimesso il Fiestino nel garage andò a stendersi per finire la digestione e finì che si addormentò.
Subito dopo l’ora di cena squillò il telefono. Lui rispose guardando l’orologio sul comodino. Mentre il “Mancino” iniziò a parlare si rese conto che non aveva fame e capì che una volta rimessosi in sesto doveva andare al bar.
“Mercoledì, dopo che te ne sei andato, Savini è andato al bar e c’è rimasto per dieci minuti. Non mi ha detto niente, sicuro tutto bene”
“Ancora con ‘sta storia. Aspetta che mi lavo la faccia che sono suonato, stavo dormendo”
La testa iniziò a frullare prima di arrivare in bagno. Savini era andato a controllare. Sicuramente non aveva trovato ammanchi, l’avrebbe detto al “Mancino”, ma questo non scagionava nessuno dall’ammanco di Lunedì. Era tutto ancora indeterminato e sopratutto lui era ancora “indagato” Sicuro.
Andò al bar, rimase fino a quando iniziarono a giocare poi andò a casa. Uscendo incontrò Savini che, ancora alla cassa, lo salutò senza aggiungere altro.

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Quinto giorno.
Il sabato mattina squillò presto il telefono. Era il “Mancino”
“Ieri sera ti sei perso una scena da coltello!”
“Cioè?”
“Verso l’una Savini ha smollato il banco nel mezzo di una partita pesante ed è andato in sala al bar”
“Voi avete sospeso o continuato?”
“Abbiamo continuato, lui la partita l’ha data persa dicendo anche che tornava subito, ma non è questo che volevo dirti”
Il “Mancino” prese fiato e continuò
“Dopo due minuti abbiamo sentito rumori, botte e bestemmie; poi Savini è tornato e il gioco è continuato. Dopo due giri ha cominciato a smadonnare parlando da solo, ce l’aveva con suo figlio, che è un puttaniere innamorato, che mantiene una slava e che gli frega i soldi. Poi ha mandato via tutti e ha chiuso il bar. Non ha voluto i soldi del banco. Era fuori dai coppi. Deve avere trovato quel cretino di suo figlio con le mani nel sacco”
“Sono contento, è finita” fece Maietti sollevato “forse è un bene anche per suo figlio, chissà non smetta di fare il coglione!”
“Ma va là, quello è scemo, non c’è rimedio. Intanto almeno noi stiamo tranquilli, quello ci interessa, o no?”
“Sì, poi vedremo se riprenderà il gioco, se al bar sarà tutto come prima” Maietti era sollevato ma anche in pensiero per l’incertezza che poteva scaturire dalla situazione.
“Tutto come prima, garantito, almeno per noi. Per suo figlio non credo”
“Dài ti saluto, adesso esco a far colazione e dopo devo anche fare la spesa. E grazie”
“Mi dimenticavo, ieri mattina mi sono alzato presto per andare a controllare i cogolli nel Valle Lepre, era ancora buio e ho visto la Flora che armeggiava sulla tua panchina davanti al forno, va a finire che ci sono dei movimenti….”
“Armeggiava? ma cosa faceva, era con uno? Il forno era già aperto?”
“No il forno era ancora chiuso, lei era sola con un sacchetto di alluminio in mano, almeno mi pareva, ma perché se ne stava seduta sulla panchina davanti al forno a quell’ora? Boh, io te l’ho detto perché quelli sono i tuoi giri, non si sa mai, ciao”
“Ciao”
Allora è proprio lei che mette i fiori, ma perché? Pensò Maietti.
Si vestì e si incamminò verso il forno. Non trovò fiori sul suo cammino. Trovò luci blu lampeggianti, le intravide al di là del ponte. Le vide davanti al “Grano Duro”. Aveva la serranda aperta solo per due terzi e i carabinieri tenevano lontano i passanti. C’era gente solo dall’altra parte della strada, dietro alla panchina di Maietti. Era disorientato, poteva esserci stata una rapina, era curioso, e “la Zaìra”? Si mise dietro al gruppetto vicino alla panchina.
“Isler ha perso la testa” Un tuffo al cuore.
“Poveretta non se lo meritava”
“Lui l’han già portato via, lei no, aspettano il magistrato” Gli si gelò il sangue.
“La Flora era una meraviglia di donna, ha solo preso male” Lui capì.
Poi gli venne da piangere, deglutì e si rese conto che una nebbia invisibile lo braccava e lo rendeva impotente. Continuò ad ascoltare e dai vari commenti capì che qualcuno aveva trovato Isler sulla strada disperato. Avevano chiamato il 118 e i carabinieri. Erano arrivati prima i militari che erano entrati subito nella rivendita. Ma non c’era più niente da fare. L’avevano trovata lì, uccisa dal fornaio in uno scatto di rabbia. L’aveva fatto capire lui all’automobilista che l’aveva soccorso “Le ho dato una spinta, ha battuto la testa, chiama il 118”
Poi i discorsi e le notizie finirono per diventare commenti. Spiegazioni più o meno centrate. Era necessario per diminuire l’orrore. Dovevano darsi una ragione per quella perdita violenta e improvvisa, darsi un motivo per non temere potesse accadere anche a loro. L’orrore è così, ti gela, e tu se vuoi restarne a distanza devi razionalizzare la cosa. Devi spiegartelo con motivazioni che ti lascino indenne.
Si disse che Flora insisteva perché lui lasciasse “la Zaìra” e si mettesse con lei. Si disse che lui non voleva vivere con lei, voleva solo continuare a comandare su tutte le donne che lo circondavano. Dissero che solo così poteva funzionare, solo così poteva fare i suoi comodi e scopare quando gli tirava. Isler non voleva lasciare “la Zaìra” anche perché ci avrebbe rimesso un sacco di soldi, in fondo così andava bene. Sua moglie non rompeva, anzi sembrava anche d’accordo che avesse un’altra così la lasciava in pace, lui poteva scopare quando ne aveva voglia, gratis e con comodo, cosa poteva volere di più?. E via così. Maietti se ne andò. Tornò a casa, fece colazione con taralli e prosciutto, caffè di moka e andò a letto. Si stese pancia in alto a guardare il soffitto che vide fino a che non si alzò per andare al lavoro.
In quelle due ore disteso a guardare il soffitto aveva capito che tutti, di quella storia, di quelle storie che giravano attorno al forno e al fornaio, tutti sembravano saperne più di lui.
Lui “vedeva” i suoi sogni, gli altri capivano le cose.

Infine.
Passò una settimana di ghiaccio. In paese non si parlava che del fattaccio, con sempre nuove novelle più o meno inventate. Maietti era attento a tutto ma non interveniva mai. Le uniche notizie certe furono il ritorno del figlio “della Zaìra” da Londra e la data del funerale di Flora. Il resto furono tutte chiacchere senza fondamento. Isler era carcerato e a nessuno importava del suo destino salvo augurargli tutti i mali possibili. Fino al giorno del funerale. Allo strazio dei familiari, alla parata delle autorità e alle parole del prete che se stava zitto faceva una figura migliore, pensò Maietti. Gli venne in mente Flora mentre quello parlava. Il prete parlava di un’altra persona, parlava di un destino senza cognome, invitava a non giudicare e a perdonare. La gente si guardava e annuiva, alcuni sbottarono e se ne andarono fuori dalla chiesa ad aspettare. Volevano solo accompagnare a piedi Flora là dove l’aveva spedita Isler. Maietti fu tra quelli che uscirono. Si unì all’esterno a quelli che non erano riusciti ad entrare in chiesa.
Nel gruppo più lontano, sotto ai tigli, al perimetro della piazza della chiesa, intravide un crocchio di signore. Al centro c’era “la Zaìra”, era con suo figlio, determinata a testimoniare il suo dolore. La gente sapeva che era dolore vero e sapeva anche che per lei era una liberazione, un nuovo inizio. Flora andava onorata per il suo sacrificio. Per alcuni era indegno che lei fosse lì. Per la maggioranza no. Tutti sapevano chi era “la Zaìra” e come andavano le cose nel forno, e questo fece la differenza. “Le persone fanno sempre la differenza” pensò Maietti guardandola e con un inaspettato moto di coraggio e compassione si avvicinò “alla Zaìra” per farle le condoglianze, quasi che lei fosse della famiglia della vittima. Lo fece e lei stùpita gli rivolse un sorriso triste e comprensivo. Lui rimase vicino a lei. Iniziarono ad uscire le persone dalla chiesa e si compose il corteo funebre. Il figlio andò a fare le codoglianze alla famiglia. Lei ci era andata in settimana, non se la sentiva di tornarci. Incamminandosi verso il vicino cimitero “la Zaìra” prese a braccetto Maietti. “Oddio sviene” pensò lui.
“Presto me ne andrò da qui. Domani sera vorrei cenare con te. Facciamo due chiacchere, ne ho bisogno”
“Va bene”
“Domani mio figlio torna a Londra, ti chiamo io appena è partito”
“Sul cellulare, il telefono di casa l’ho disattivato”
“Il numero non l’ho”
“Chiedo io il tuo a Cristina e ti mando il mio. Ciao” Lei lasciò il suo braccio e lui rallentò il passo facendosi inghiottire dalla folla alle sue spalle. “La Zaìra” e suo figlio si confusero tra gli altri e a Maietti rimase la sensazione di aver ormai perso una partita mai giocata, sempre rimandata. La beffa di aver avuto un appuntamento a cena dalla donna dei suoi sogni con la certezza che fosse un addio, amichevole e ineluttabile. Lei non poteva più stare in quella casa. Cosa avrebbe fatto? Dove sarebbe andata? Il funerale di Flora detta “Flotett” uccisa dal drago sborone del paese per tracotanza maschilista finì lì per Maietti.
Il giorno dopo chiese il numero “della Zaìra” a Cristina che incredula glielo diede. Era incredula perché, con tutto quello che si diceva in paese, lei era sicura che Maietti avesse una mezza relazione con lei o al contrario perché non sapeva cose se ne poteva fare il povero Maietti, incapace ad essere un drago. Glielo diede con gli occhi spalancati e senza fiatare.
Maietti mandò il suo numero “alla Zaìra” che poco dopo chiamò.
“Pronto?”
“Ciao Maietti, sono Zaìra, mio figlio è appena partito. Ci vediamo?”
“Per me va bene, anche stasera se vuoi”
“Bene, allora alle otto sono a casa tua, io mangio poco, son dieci giorni che non ho fame”
“Come vuoi, ti aspetto” deglutì avendo finito gli argomenti e perso l’orientamento “Ciao” le disse.
“Ciao, a stasera”
Lei si presentò vestita con pantaloni jeans, camicetta bianca e maglioncino Lacoste blu girocollo. Un giubbetto di pelle nero e scarpe basse nere. Il suo vestiario parlava per lei. Era una corazza inespugnabile, era il blu del suo umore, era la fierezza di aver fatto il suo dovere e di non aver nulla da rimproverarsi e tutto da ricostruire. Nessuno poteva dire di averla mai vista vestita così.
Quando Maietti le aprì lei entrò. Lui rimase sorpreso. Pensava di dover uscire per cenare da qualche parte, ristorante o pizzeria.
“No Maietti, cosa hai capito? Volevo parlare con te tranquillamente mangiando qualcosa, qui a casa tua”
“Non ho preparato niente pensavo … di uscire”
“Senti dammi qualcosa da bere, facciamo due chiacchere poi andiamo a mangiare una pizza in piazza vicino al tuo bar, come si chiama?”
“Pizzeria Paradiso”
“Ecco, lì. Senti Maietti io tra pochi giorni mi trasferisco a Comacchio in affitto, a casa mia non riesco più a starci. Ho preso un appartamentino in affitto, va bene per spostarsi poi vedrò. Ho voluto vederti per sfogarmi e capire”
“Cosa?”. Si sentì perso. Prese la Coca Cola da litro e mezzo dal frigor e ne versò due bicchieri. Lei la sorseggiò e continuò.
“Io sapevo tutto di quei due. A me andava anche bene. Sono vere le cose che si dicono in paese. Isler era un maiale che badava solo ai soldi e a far lo sborone con le ragazze, a me “mi ha filato” giusto un due anni, poi mi ha usata fino a che non ha iniziato ad andare con le russe a Comacchio e poi con Flora. Uno stronzo vero. Anche un po’ manesco, infatti è finita male. Credo anche che le voci abbiano parlato di noi due, me e te Maietti, andandoci molto vicino. Io di te non mi sono mai dimenticata anche se sei il campione del mondo di tira e molla. Insomma ci prendono o ci vanno molto vicino. Giusto? In ogni caso adesso siamo in un’altro film!” Disse decisa e sospirò.
“Se mangiavo di fronte alla tua finestra tutte le mattine non era per guardare i vetri. Chiaro” Maietti era giallo. “mi cascano le braccia, mi sento un pollo, avrei dovuto dirtelo prima, come sempre. Poi Flora a me disorientava, a volte ho pensato che mi facesse il filo, anche con i fiori, poi cambiava modo di fare, sapevo della possibile tresca con Isler ma non ne ero sicuro”
“Che fiori?” fece lei.
“Per tre giorni a fila, la settimana del fattaccio, ho trovato un mazzetto di viole del pensiero con al centro un crisantemo giallo, legati ogni giorno con una cordella di raso di colore diverso, bianca, gialla e poi rossa messi in posti diversi sempre più vicino al forno. Mi ero persino illuso che li avessi messi tu” Dovette prendere fiato e scolororire un po’, sembrava avesse inghiottito un peperoncino intero.
“No Maietti, io non c’entro, ma i conti tornano”
“Ho capito che li metteva lei il sabato poco prima di arrivare al forno dove c’era quel macello. Mi ha chiamato il “Mancino” e mi ha detto di aver visto Flora armeggiare la mattina prima con qualcosa sulla panchina di fronte alla tua finestra”
“Sulla panchina?”
“Sì, il venerdì sulla panchina c’era una rosa rossa appena sbocciata, ma poi lei come sono entrato il venerdì nel forno mi ha trattato male quindi non c’era storia, ero confuso ..”
“La Zaìra” era diversa, sembrava più matura, decisa e sveglia di come la ricordava e quindi di com’era per lui. Lei ci pensò su un po’, si vedeva che voleva impostare il tono giusto e le parole più indicate per spiegargli il suo pensiero.
“Allora Maietti lei aveva capito il tuo interesse per me e ha pensato di svegliarlo con i fiori, di spingerti verso di me, a darti una mossa. Io so che Flora ha spinto più di un uomo ad interessarsi a me, a provarci. Invitò il camionista che consegnava la farina a prendere il caffè in casa mia e prima che il caffè venisse su lei se ne andò con la scusa che si era dimenticata di chiudere la cassa. Certo, c’era Isler ancora in magazzino a sistemare i sacchi della farina, c’era lei in negozio, ma sperava succedesse qualcosa. Il giorno dopo infatti mi chiese con fare malizioso se il caffè era piaciuto al camionista.
Un’altra volta mi riferì dei commenti di due ragazzi che lei aveva origliato al bar. Commenti che parlavano di me come oggetto delle fantasie sessuali anche dei più giovani, sicuramente imbeccati dagli anziani. Flora insomma non riusciva a darsi pace, chissà cos’altro aveva combinato per riuscire a smuovere il triangolo che la vedeva nel povero ruolo di amante.
Quindi ci sta che i fiori li abbia messi lei con quell’intenzione. Ma smuovere te Maietti, è un’impresa. Sono anche stata tentata di provarci io direttamente, anch’io ti aspettavo, ma toccava a te. Ma adesso è finita, adesso è tutta un’altra storia”
Maietti fu sopraffatto dalla vergogna.
“Chissà come sarebbe finita se tu ci avessi provato” fece “la Zaìra” “sicuramente lei sarebbe ancora viva e Isler un po’ scornato ma sano e libero. Andiamo a mangiare ‘sta pizza. Mi sento meglio”
“Anch’io, andiamo”. Maietti prese anzi si aggrappò al giubbotto scamosciato sull’attaccapanni.
“Lei ci ha provato e c’è rimasta secca, solo tu potevi cambiare la storia, ma ti sei accontentato della finestra”
Pier Paolo Gennari 2020

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